Commedia generazionale

“Fino a qui tutto bene”, diretto da Roan Johnson, sui giovani universitari

Cinque ragazzi stanno per lasciare l’appartamento che hanno condiviso durante gli anni universitari. Un luogo che è stato palcoscenico di gioie, drammi, amori e litigi. Il tempo spensierato della giovinezza è passato e ora bisogna affrontare il mondo esterno e la vita da adulti. “Fino a qui tutto bene”, film diretto da Roan Johnson e vincitore del Premio del pubblico all’ultimo Festival di Roma, è una commedia generazionale che racconta il passaggio da un’età ancora acerba a quella adulta. In un contesto in cui bisogna fare i conti con la terribile crisi economica che minaccia soprattutto i più giovani.

Il film parte da una serie di interviste realizzate all’università di Pisa e doveva essere un documentario capace di raccontare quel momento magico dell’età in cui si incomincia a camminare da soli con i propri piedi. Poi il regista, colpito anche dall’ottimismo delle risposte degli intervistati e dallo sguardo positivo degli stessi verso il futuro così incerto, ha deciso di farne un film di finzione che, però, ha tutta la freschezza della realtà. Per realizzarlo non ha scelto le vie tradizionali della produzione e della distribuzione (anche perché Johnson è alla sua seconda opera e dunque come tutti i giovani registi ha difficoltà a imporre i suoi progetti nel sistema un po’ stagnante del mercato cinematografico italiano), ma si è autofinanziato insieme ai suoi attori realizzando tutto in economia e nel minor tempo possibile. Questa scelta produttiva ha fatto sì che la pellicola abbia uno stile intimo, familiare, minimalista, che colpisce lo spettatore per la sua veridicità.

Il cinema si è fatto sempre portavoce delle nuove generazioni, delle loro ansie e dei loro sogni. Nella commedia all’italiana ci sono tante prove. Per esempio, “Poveri ma belli” racconta una gioventù italiana che si affaccia alle porte del boom economico. Marisa Allasio e Renato Salvatori sono lo specchio di una Roma giovanile, popolare e di buoni sentimenti che guarda al futuro con ottimismo. E nello stesso tempo Fellini racconta magnificamente i vitelloni della sua Rimini, nel film dal titolo omonimo, in cui un ruolo principale tocca al grande Alberto Sordi. Negli stessi anni, ma in America, James Dean e Marlon Brando si fanno rappresentanti di una generazione di ribelli che reclama a gran voce il proprio posto nel mondo, opponendosi al modello di vita imposto dalle famiglie. “Gioventù bruciata”, ad esempio, racconta lo scontro tra un padre e un figlio che non si capiscono. Mentre ne “Il ribelle” Marlon Brando corre ad alta velocità in sella alla moto per raggiungere il prima possibile i suoi sogni.

Più recentemente, “L’attimo fuggente” ha descritto i delicati sentimenti e le fragilità delle generazioni che stanno per abbandonare il luogo protetto della scuola per confrontarsi col mondo della realtà adulta. Un momento fondamentale di cambiamento, che li segnerà per tutta la vita e che è ancora più inteso se si ha un insegnante come quello interpretato dal compianto Robin Williams. Oggi, “Fino a qui tutto bene” torna a mettere al centro di un film questa delicata età. Racconta il rito di passaggio obbligatorio per ognuno di noi, in cui si lasciano le certezze acquisite e si va incontro al futuro. E, come detto, si va incontro a un futuro ancora più incerto per chi, come oggi, vive in una realtà economicamente critica. Ma questi nuovi giovani l’affrontano con grande determinazione e speranza, forti di una serie di valori (l’amicizia su tutti) che sembrano voler riaffermare con forza contro un mondo che troppo spesso li dimentica.

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