La Cambogia condanna i suoi aguzzini

Il Tribunale Speciale per crimini di guerra, sostenuto dalle Nazioni Unite, ha condannato all’ergastolo i due più alti ex leader ancora in vita del regime sanguinario dei Khmer rossi. Entrambi protagonisti di un genocidio premeditato: un quarto della popolazione fu sterminata. Imputati anche in un altro processo per le persecuzioni nei confronti di vietnamiti, cristiani, musulmani e buddhisti.

Crimini contro l’umanità, sterminio e atti disumani. Con queste motivazioni sono stati condannati all’ergastolo i due più alti dirigenti ancora in vita del regime che dal 1975 al 1979 sterminò un quarto della popolazione cambogiana. Dovranno rispondere anche di genocidio, in un secondo processo che il Tribunale dell’Onu sta celebrando in questi giorni.

Uno dei regimi più sanguinari della storia.

Il Tribunale Speciale per crimini di guerra in Cambogia, sostenuto dalle Nazioni Unite, ha condannato all’ergastolo i due più alti ex leader ancora in vita del regime dei Khmer rossi. Nuon Chea, 88 anni, ideologo del regime, è stato condannato per “crimini contro l’umanità, sterminio e atti disumani” durante e dopo la presa di Phnom Penh, avvenuta nel 1975. L’ex Capo di Stato, Khieu Samphan, 83 anni, per aver preso parte all’attuazione di tali crimini, pur senza averli ordinati. La sentenza, emessa ieri, rappresenta l’esito del primo processo, celebrato nell’ottobre scorso, contro i due ex leader – in carcere dal 2007 – che riguardava i trasferimenti forzati dalle città alle campagne, le violenze contro la popolazione urbana e contro i soldati del regime del generale Lon Nol. Nella capitale cambogiana è in corso un secondo processo con i medesimi imputati, i quali devono rispondere delle persecuzioni di vietnamiti, cristiani, musulmani e buddhisti. La decisione di dividere in due il procedimento si è resa necessaria per giungere almeno ad una sentenza di condanna nei confronti degli imputati.

L’autogenocidio cambogiano.

Secondo l’Università di Yale, durante gli anni del regime, tra il 1975 e il 1979 – portò il nome di “Kampuchea Democratica” – i morti per stenti, fame, torture, esecuzioni sommarie, furono almeno 1,7 milioni, un quarto della popolazione. Amnesty International ha stimato almeno 1,4 milioni di persone giustiziate nei Killing Fields, i campi di sterminio alle porte di Phnom Penh. Molte delle vittime erano intellettuali, medici, insegnanti ed esponenti della cultura. L’unica sentenza finora emessa dal Tribunale Speciale, dalla sua istituzione, avvenuta nel 2006, ha riguardato Kaing Guek Eav, condannato in appello all’ergastolo, conosciuto con lo pseudonimo di “compagno Duch”, il direttore della scuola-prigione S-21 di Toul Sleng. Moltissimi alti leader del regime sono in pessime condizioni di salute, che impediscono il processo. Oppure sono morti, come Ieng Sary, ex ministro degli Esteri.

Il lavoro del Tribunale: tra rallentamenti, costi esorbitanti e ipotesi di corruzione.

Fino ad ora, il Tribunale che giudica i crimini del regime, è costato 210 milioni di dollari ed ha ricevuto numerose critiche per inefficienza e corruzione. Coloro che non ne condividono la conduzione, sottolineano da un lato il fatto che Pol Pot è morto nel 1998 per malattia e non ha mai subito processi né incriminazioni per le atrocità commesse sotto il suo comando; dall’altro, che soggiace alle pressioni politiche che impediscono di allargare le indagini. Del resto, molti dei vecchi funzionari e quadri del movimento maoista sono ancora oggi liberi e in molti casi ricoprono importanti ruoli di governo. Perfino l’attuale premier, Hun Sen, nel suo passato, è stato un khmer rosso. Eventuali altri processi da istruire e da celebrare, potrebbero colpire personaggi in vista della classe politica del Paese. Human Rights Watch ha anche denunciato la riluttanza del Governo a finanziare il tribunale. La sentenza di condanna potrebbe aprire scenari fino ad ora imprevedibili.

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