Chiesa di Rieti

Messaggio del vescovo Vito per la Giornata dei Nonni e degli Anziani

«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15) Care nonne e cari nonni, care anziane e cari anziani nel giorno in cui la Chiesa torna a guardarvi con particolare affetto, vorrei raggiungervi con le parole che il Santo Padre Leone...

«Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15)

Care nonne e cari nonni, care anziane e cari anziani

nel giorno in cui la Chiesa torna a guardarvi con particolare affetto, vorrei raggiungervi con le parole che il Santo Padre Leone XIV ha scelto per questa VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: «Io invece non ti dimenticherò mai».

È una promessa di Dio. Ma forse è anche una consegna affidata a ciascuno di noi: non dimenticare.

Viviamo in un tempo che dimentica in fretta. Dimentica le persone quando sembrano non servire più, dimentica le storie quando diventano ingombranti, dimentica perfino quelle parole con le quali per generazioni abbiamo imparato a distinguere ciò che costruisce da ciò che distrugge, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto, il bene dal male.

Per questo oggi vorrei chiedervi soprattutto una cosa: non smettete di raccontare.

Raccontate ai vostri nipoti ciò che avete imparato dalla vita. Raccontate i giorni belli, ma anche gli errori, le cadute, le fatiche. Raccontate il prezzo di una scelta, di un perdono, di una parola data e mantenuta. Consegnate loro quella sapienza che non si trova nei libri, perché nasce soltanto quando la vita è stata attraversata davvero.

Non abbiate paura di essere considerati fuori moda. Ci sono cose che non passano di moda perché non appartengono a una stagione: appartengono all’uomo.

Voi siete custodi della memoria. Siete radici. E le radici non impediscono all’albero di crescere: anche se quasi invisibili, gli permettono di resistere al vento e di alzare i rami verso il cielo.

Abbiamo bisogno di voi proprio adesso, mentre tutto corre e persino le coscienze rischiano di assuefarsi. Abbiamo bisogno che qualcuno continui ad avere il coraggio di dire che non tutto è uguale, che non tutto è lecito soltanto perché è possibile, che la libertà senza responsabilità diventa arbitrio e che la dignità di una persona non dipende mai dalla sua forza, dalla sua salute o dalla sua utilità. Ma abbiamo bisogno anche che ci trasmettiate quella fiducia che avete sperimentato in un Dio che ci attiva decisamente verso il prossimo. Il più debole soprattutto.

E qui mi viene incontro una delle immagini più belle che ci ha lasciato don Tonino Bello: l’ala.

Nessuno può volare da solo. Abbiamo bisogno di rimanere abbracciati per prendere quota.

Forse voi nonni siete oggi la nostra ala di riserva. Quella che una società innamorata della velocità e dell’efficienza considera superflua, salvo poi accorgersi, quando arriva il vento contrario, che senza quell’ala non riesce più a volare.

E forse anche noi possiamo essere la vostra.

I giovani hanno la forza delle ali, voi conoscete la direzione del vento.

Loro hanno davanti molta strada; voi sapete quali strade non portano da nessuna parte. Loro possiedono la velocità; voi potete insegnare loro la direzione.

Non si tratta di rimpiangere il mondo di ieri. Il passato non è sempre migliore del presente e la nostalgia, da sola, non educa nessuno. Si tratta piuttosto di prendere dal passato ciò che ha resistito alle tempeste e consegnarlo nelle mani di chi viene dopo.

E non abbiate paura della vostra fragilità. Non bisogna essere potenti per essere necessari. Una mano che trema può ancora indicare una strada. Un passo diventato lento può insegnare qualcosa a chi corre troppo in fretta. Un volto segnato dalle rughe può raccontare più di tante parole.

Perché si è giovani una sola volta negli anni, ma si può rimanere giovani nel cuore molto più a lungo: finché siamo ancora capaci di stupirci davanti a un fiore, al sorriso di un bambino, a una mano che cerca la nostra.

Ma permettetemi una parola anche a noi figli e nipoti: non possiamo chiedere agli anziani di consegnarci la loro sapienza se non troviamo più il tempo di ascoltarli.

La memoria ha bisogno di una sedia accanto.
Ha bisogno di tempo.
Ha bisogno di silenzio.

Dovremmo tornare più spesso a sederci vicino ai nostri anziani senza avere il cellulare in mano. Perché alcune delle cose decisive della vita non si imparano davanti a uno schermo, non arrivano attraverso una notifica e non hanno bisogno di connessione. Hanno bisogno di occhi che si incontrano, di mani che si stringono, di racconti ascoltati magari cento volte. Di Volti ri-Volti.

Care nonne e cari nonni, non sentitevi mai un avanzo del tempo. Siete ancora dentro il tempo e avete ancora molto da consegnargli.

Continuate a parlarci, anche quando sembriamo non ascoltare. Continuate a ricordarci che la pace vale più della vittoria, che il perdono è più forte del rancore, che la dignità non ha prezzo, che nessun essere umano diventa inutile e che il bene, anche quando costa, rimane bene.

E soprattutto continuate a benedire i vostri nipoti.

Fatelo con le parole, se potete. Con una carezza, quando le parole diventeranno difficili. Con gli occhi, quando anche le mani saranno stanche.

Perché forse un giorno, quando voi non ci sarete più, qualcuno di quei ragazzi, ormai diventato adulto, sentirà ancora sulla propria testa il peso leggerissimo della vostra mano e comprenderà che quella benedizione era stata per tutta la vita un’ala silenziosa sopra il suo cammino.

E quando arriverà il vento contrario, forse scoprirà che quell’ala non è scomparsa.

Sarà diventata la sua.

Allora la promessa di Dio — «Io invece non ti dimenticherò mai» — diventerà anche la promessa di una generazione all’altra.

E, quando sarà necessario, continueremo a volare con la vostra ala.

Un pensiero tutto speciale lo rivolgo volentieri ai miei preti anziani.

Vi abbraccio con affetto e gratitudine e volentieri benedico le vostre vite, le vostre rughe, le vostre fragilità e soprattutto quella sapienza che ancora avete il compito di consegnarci.

+ Vito Piccinonna

Vescovo di Rieti