Il prossimo 9 settembre si concluderà l’ottavo centenario della Cattedrale di Rieti. Un anno giubilare che ha arricchito la vita spirituale della comunità e riportato al centro dell’interesse la basilica di Santa Maria secondo molteplici sguardi. L’anniversario ha moltiplicato come in un caleidoscopio i volti del duomo. Non solo l’importante restauro seguito ai danni del terremoto del 2016 ha restituito l’edificio al suo splendore, ma una serie di attività ha aiutato ad esplorarne anche la dimensione sociale, la storia e la profondità culturale. L’anno giubilare però si trova al culmine, non all’inizio di un percorso. Basti pensare al convegno sul complesso di Cattedrale e Palazzo Papale del 2022, del quale a breve verranno pubblicati gli atti. O a un’altra pubblicazione ancora, che trova le sue radici molto più indietro. È infatti prossimo alla stampa il frutto di un lungo lavoro di ricognizione sul fondo musicale del duomo, conservato nell’Archivio diocesano. Un progetto di catalogazione scientifica che renderà accessibile un materiale tanto prezioso quanto poco conosciuto.
«Il grosso è fatto, le cose importanti sono state identificate», spiega il maestro Angelo Fusacchia, che con pazienza e passione ha collocato secondo standard internazionali tutti i materiali manoscritti e a stampa. Sia gli autografi, che gli anonimi, dei quali è stata fatta una selezione del repertorio più significativo. Un lavoro che affonda le radici nel passato, svolto in continuità con la catalogazione avviata da Salvatore De Salvo, musicologo che si occupa di queste materie da decenni, le cui schede sono conservate presso l’Istituto di Bibliografia Musicale (Ibimus) che oggi dirige. Il progetto attuale ha ripreso e completato quel lavoro, aggiornandolo. Il fondo comprende diverse tipologie di materiali. I manoscritti rappresentano la parte principale, con opere che vanno dai primi anni del Settecento fino all’inizio del Novecento, coprendo circa 250 anni di produzione musicale. «Si parte dall’epoca di Antonio Rina, maestro di cappella del ‘700», spiega Fusacchia. Prima, si trova solo materiale del repertorio gregoriano, mancando completamente la musica successiva, composta e in uso dal 1100 al 1700.
Particolare interesse rivestono alcuni fondi specifici: un gruppo di qualche centinaio di manoscritti tutti copiati dalla stessa mano, probabilmente acquistati da Roma e datati intorno al 1750, contenente musica della scuola romana di alta qualità. Esiste anche una piccola parte di materiale provenienti da donazioni, come quella del canonico Ricci, amico di Gioacchino Rossini, che nel 1800 trasferì interessanti pagine del repertorio napoletano. Le stampe a disposizione sono per lo più materiale liturgico o di consumo della prima metà del Novecento, non ancora completamente affrontate. Alcuni fogli volanti di fine Ottocento presentano note di possesso che testimoniano il contributo di famiglie nobiliari. Il catalogo non sarà un semplice elenco, ma uno strumento di ricerca e divulgazione. «Quando si affronta un fondo così importante viene fuori la storia insieme alla musica», spiega Angelo. Dalle annotazioni sulle partiture si ricavano anche le durate delle liturgie, mentre altri dettagli raccontano concretamente la vita della comunità. I manoscritti stessi portano segni del loro utilizzo: indicazioni, numeri di collocazione, avvertenze su quando saltare certe parti e quando eseguirle secondo determinati momenti dell’anno.
Tutto concorre ad affrescare la società del tempo attraverso la musica Il lavoro sarà pubblicato in due tomi. Il primo sarà il catalogo completo. Il secondo, che seguirà poco dopo, conterrà tutti gli indici dei nomi, i saggi introduttivi e gli interventi scientifici. L’augurio è che la presentazione della ricerca diffonda la conoscenza di questo patrimonio musicale e storico. «Io stesso – racconta il musicologo – l’ho scoperto per caso parlando con una persona che aveva lavorato con Salvatore De Salvo». Qualcosa, per fortuna, già sta cambiando. Durante l’anno giubilare, due concerti in Cattedrale basati proprio sulle partiture custodite nell’Archivio diocesano hanno riscosso grande successo. C’è da impegnarsi perché il catalogo divenga occasione per accrescere l’animazione attorno al patrimonio musicale. Oltre a essere uno strumento prezioso per ricercatori e appassionati, il catalogo dovrà diventare occasione per nuove esecuzioni, incisioni e mostre per ricordare che, da ottocento anni, la Cattedrale non è fatta solo di pietre, ma è lo specchio di una comunità viva.
Rieti, una città in connessione con il mondo
Il lavoro di ricognizione portato avanti dal maestro Angelo Fusacchia negli archivi diocesani ha portato alla luce un repertorio prezioso. Dalla documentazione emerge una realtà molto articolata, una città la cui vita musicale va ben oltre la funzione strettamente liturgica. La cappella musicale era stipendiata dal Capitolo, ma i cantori avevano attività anche all’esterno. «Alcuni sono stati anche cantanti famosi », ricorda Angelo: «Un tenore è finito a cantare al Teatro Regio di Lisbona, mentre un basso cantava in tutti i teatri d’opera del Centro Italia». Da altre fonti sappiamo di serenate eseguite in città da famosi cantanti romani e di rappresentazioni in musica profana oltre che sacra. «La musica faceva parte della quotidianità», sottolinea il musicologo. «Normalmente fino all’Ottocento c’era anche una scuola di musica, una banda importante». Non mancano poi curiosità e adeguamenti, come la testimonianza storica di brani con inserimenti politici: durante il periodo napoleonico furono aggiunti versetti al Magnificat dedicati a Napoleone, che però alcuni canonici si rifiutavano di cantare. Documenti del 1800 mostrano versioni alternative di oratori con testi adattati (ad esempio «popolo d’Israele» diveniva «popolo di Cascia », in onore di santa Rita), rivelando il contesto politicocivile dell’epoca. Il repertorio include composizioni di autori legati al territorio e figure di spicco della musica europea. Come il compositore reatino Giuseppe Ottavio Pitoni, importante teorico attivo alla fine del Seicento, le cui partiture non sono conservate a Rieti pur avendo talvolta il nome della città in firma con la data. Ma anche altri compositori nati nel Reatino hanno lasciato tracce significative, sia nelle partiture che per quanto riguarda i testi, come nel caso di un’antologia di madrigali dedicati alle ville nobiliari di Frascati, musicati da compositori della scuola romana. E forse questo aspetto è uno dei più interessanti del lavoro svolto: il racconto di 250 anni di vita religiosa, civile e artistica, fatto attraverso la musica, lascia emergere una realtà per nulla isolata, ma in connessione con le grandi correnti della vita europea. Qualcosa che oggi dovremmo recuperare.

