Sarajevo, 25 anni dopo: rimangono ancora le ferite invisibili di un conflitto che ha mutato gli equilibri etnici e religiosi

Riflettere su questo anniversario all’inizio di questa Settimana Santa ci può aiutare a pensare alle Vie Crucis che quotidianamente, a causa delle guerre e delle violenze, milioni di persone percorrono in tutto il mondo

25 anni fa – il 5 aprile 1992 – iniziava l’assedio di Sarajevo: si sarebbe protratto sino al 29 febbraio 1996 causando più di 12mila morti ed almeno 50mila feriti, la maggior parte dei quali fra i civili inerti.
In quei primi giorni di primavera, le truppe dell’Armata popolare Jugoslava e le compagini serbo-bosniache si schierarono sulle colline intorno alla città, tagliando i rifornimenti e bloccando ogni via di fuga alla popolazione.

Sulle rive della Miljacka uomini, donne, anziani e bambini cominciarono a morire ogni giorno.

Morivano per le bombe delle artiglierie che reclamavano le loro vittime, mentre i cecchini erano divenuti i signori della vita e della morte, arbitri supremi dell’esistenza di persone “colpevoli” solo di avere attraversato uno dei viali nel momento in cui l’occhio si posava nel mirino di precisione. Quei boulevard nel centro divenivano troppo larghi da attraversare in una corsa dove la paura tagliava il fiato.

La guerra rivestiva di divise diverse giovani che, sino poco prima, erano stati magari seduti allo stesso tavolo di uno dei caffè dove intere generazioni avevano vissuto la loro quotidianità, in una multiculturalità e multietnicità che era divenuto il vanto della “Gerusalemme d’Europa”.

Ma spesso la morte – una morte diversa, non fisica ma che scendeva nel profondo dell’anima risultando non meno atroce – colpiva quanti erano stati autorizzati a lasciare la città percorrendo il cosiddetto “tunnel di Sarajevo”: divenivano profughi in luoghi lontani ed estranei, senza alcuna certezza del ritorno e lasciandosi alle spalle cari di cui non avevano più notizie, magari in quartieri dove la violenza della pulizia etnica non conosceva sosta.
E la morte – in un disegno coscienzioso di distruzione della memoria di un popolo e delle sue radici – raggiunse anche la cultura con il bombardamento della Biblioteca nazionale: i quasi 2 milioni di opere bruciate testimoniavano come a Sarajevo e in tutta la Bosnia per secoli avessero convissuto pacificamente tradizioni etniche e religiose diverse. E questo, per il nazionalismo degli assedianti, era un “male” da debellare.

Sarajevo venne lasciata sola dalla comunità internazionale che finse di non sentire il grido di aiuto e dolore che proveniva dai suoi abitanti: giunsero gli aiuti materiali ma le diplomazie preferirono per troppo tempo non intaccare delicati equilibri di geo-politica.

Nel silenzio pressoché generale l’unica voce forte che non si stancò mai di denunciare quanto avveniva fu quella di san Giovanni Paolo II. Il Papa avrebbe voluto visitare la città già nel 1994: il suo viaggio venne annullato all’ultimo momento perché non si sarebbe potuta garantire la sicurezza della popolazione presente nei vari incontri programmati. Decise di celebrare la messa ugualmente, a Castel Gandolfo, in collegamento radio-televisivo con Sarajevo:

“Padre nostro…”: “Io, Vescovo di Roma, il primo Papa slavo, mi inginocchio davanti a Te per gridare: ‘Dalla peste, dalla fame e dalla guerra – liberaci!’”.

A Sarajevo, Wojtyla poté finalmente giungere – a guerra finita – solo nell’aprile del 1997 e, celebrando sotto la neve l’Eucarestia nello stadio Koševo definì la città “simbolo della sofferenza di tutta l’Europa in questo secolo”.

Oggi Sarajevo presenta ancora le ferite visibili di quella guerra seppur le ricostruzioni materiali ne presentino in diversi quartieri un volto moderno e simile a molte altre capitali europee.

Rimangono – a un quarto di secolo da quei giorni – le ferite invisibili di un conflitto che ha mutato – forse per sempre – gli equilibri etnici e religiosi delle popolazioni presenti sul territorio.

La non facile strada da percorrere l’ha indicata Papa Francesco durante il suo viaggio a Sarajevo del 6 giugno 2015.

“Abbiamo bisogno di comunicare, di scoprire le ricchezze di ognuno, di valorizzare ciò che ci unisce e di guardare alle differenze come possibilità di crescita nel rispetto di tutti. È necessario un dialogo paziente e fiducioso, in modo che le persone, le famiglie e le comunità possano trasmettere i valori della propria cultura e accogliere il bene proveniente dalle esperienze altrui.
In tal modo, anche le gravi ferite del recente passato possono essere rimarginate e si può guardare al futuro con speranza, affrontando con animo libero da paure e rancori i quotidiani problemi che ogni comunità civile è chiamata ad affrontare”.

Riflettere su questo anniversario all’inizio di questa Settimana Santa ci può aiutare a pensare alle Vie Crucis che quotidianamente, a causa delle guerre e delle violenze, milioni di persone percorrono in tutto il mondo.

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