56. “Evangelium Vitae”. Siamo chiamati ogni giorno a decidere tra la «cultura della vita» e la «cultura della morte»

Anche per noi risuona chiaro e forte l’invito di Mosè: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male…; io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30, 15.19). È un invito che ben si addice anche a noi, chiamati ogni giorno a dover decidere tra la «cultura della vita» e la «cultura della morte».

Il sangue dei sacrifici dell’Antica Alleanza sono immagine e profezia del sangue sparso da Gesù sulla croce per la salvezza dell’umanità. Il sangue è sempre sangue, questo sembra indicare il Pontefice nell’Enciclica “Evangelium Vitae”. Non è il colore della pelle o le provenienze etniche che fanno la differenza. Gli omicidi e le offese sono sempre omicidi e offese, perché sono dirette sempre verso un uomo. L’uomo è quindi sempre uomo. Poi ci sono quelli che si sentono più uomini di altri, magari solo perché sono nati Europa piuttosto che in Africa, in lussuose ville piuttosto che nei campi rom.

L’uomo è sempre uomo, è tanto ovvio quanto provocatorio. Importante a tal proposito il riferimento scritturistico ripreso dall’Enciclica: «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1 Pt 1, 18-19). Proprio contemplando il sangue prezioso di Cristo, segno della sua donazione d’amore (cf. Gv13, 1), il credente impara a riconoscere e ad apprezzare la dignità quasi divina di ogni uomo e può esclamare con sempre rinnovato e grato stupore: «Quale valore deve avere l’uomo davanti agli occhi del Creatore se “ha meritato di avere un tanto nobile e grande Redentore” (Exultet della Veglia pasquale), se “Dio ha dato il suo Figlio”, affinché egli, l’uomo, “non muoia, ma abbia la vita eterna” (cf.Gv 3, 16)!» (n. 25).

Nel segno del sangue dell’unico Mediatore, l’uomo impara a superare prospettive da sempre orientate e chiuse ad ogni orizzonte di vita. Il sangue diventa invece simbolo di apertura: sparso sulla croce chiama l’uomo al dono di sé, «(…) non è più segno di morte, di separazione definitiva dai fratelli, ma strumento di una comunione che è ricchezza di vita per tutti». È nel sangue, inoltre, che l’uomo trova la forza per impegnarsi a favore della vita, perché è nel sangue che Cristo ha vinto la morte una volta per sempre, «(…) San Paolo ci assicura che la vittoria attuale sul peccato è segno e anticipazione della vittoria definitiva sulla morte».

È nel sangue e con il sangue che nasce e si costruisce una nuova civiltà a favore della vita. I segni positivi che annunciano la cultura della vita sono molti ma non fanno notizia. Spesso i mezzi di comunicazione ignorano fatti e situazioni che invece meriterebbero di essere conosciuti perché sono importanti fattori di cambiamento culturale. Le iniziative di auto verso i più deboli sono numerosissime, altrettanto numerose sono le famiglie che accolgono come un autentico dono di Dio la nascita di un figlio, oppure «(…) sanno aprirsi all’accoglienza di bambini abbandonati, di ragazzi e giovani in difficoltà, di persone portatrici di handicap, di anziani rimasti soli. Non pochi centri di aiuto alla vita, o istituzioni analoghe, sono promossi da persone e gruppi che, con ammirevole dedizione e sacrificio, offrono un sostegno morale e materiale a mamme in difficoltà, tentate di ricorrere all’aborto. Sorgono pure e si diffondono gruppi di volontari impegnati a dare ospitalità a chi è senza famiglia, si trova in condizioni di particolare disagio o ha bisogno di ritrovare un ambiente educativo che lo aiuti a superare abitudini distruttive e a ricuperare il senso della vita».

L’impegno di tanti medici a favore della vita, le numerose legislazioni che con tenacia difendono e tutelano la vita nascente e quella più debole, sono tutti concreti segni e fatti, potremmo dire di Vangelo, che contribuiscono a diffondere un altro modo di pensare alla vita. Questa è la strada per costruire la «Civiltà dell’amore», una civiltà che si rafforza giorno dopo giorno, e che giorno dopo giorno mette tutti di fronte al bene al male. È evidente l’accresciuta sensibilità contro la guerra nonché il rispetto per il pianeta, per non parlare dell’ampio dibattito intorno ai temi di bioetica. Occorre insistere, mai guardare indietro e rinnovare il proprio impegno a favore della cultura della vita.

Il Papa stimola tutti ad un’attenta analisi della situazione in cui l’umanità vive e delle responsabilità personali che ogni uomo deve affrontare: «Questo orizzonte di luci ed ombre deve renderci tutti pienamente consapevoli che ci troviamo di fronte ad uno scontro immane e drammatico tra il male e il bene, la morte e la vita, la “cultura della morte” e la “cultura della vita”. Ci troviamo non solo “di fronte”, ma necessariamente “in mezzo” a tale conflitto: tutti siamo coinvolti e partecipi, con l’ineludibile responsabilità di scegliere incondizionatamente a favore della vita» (n. 28).

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