L’onda lunga del #Me/We nel romanzo del reatino Emiliano Angelucci

Il Meeting di Greccio non smette di lanciare segnali positivi nella realtà giovanile reatina. Come nel caso di Emiliano Angelucci, studente-scrittore, autore di un romanzo sul “ladrone buono” della Buona Novella, rimasto affascinato dall’esperimento del Me/We e dall’incontro con papa Francesco

C’è qualcosa del Meeting di Greccio nel romanzo Il Viaggio di Tito, scritto dal diciannovenne reatino Emiliano Angelucci: una sorta di biografia immaginaria del “ladrone buono”, elaborata a partire dalla Buona Novella di Fabrizio de André.

Nella storia Tito è un’anima tormentata, immersa nella Palestina dominata dall’impero romano. Stanco dei soprusi dell’occupazione, egli sceglie di diventare uno zelota, cioè una sorta di difensore dell’integralismo ebraico. Un atteggiamento politico che dal punto di vista romano assomigliava da vicino al terrorismo.

«Tito – ci spiega Emiliano – decide di partire con gli zeloti per combattere i romani, ma alla fine si rende conto che a muoverlo è soprattutto un sentimento di rivalsa sociale, la voglia di uscire dalla miseria. E questo lo porta a un cambio di rotta e di casacca: si arruola nell’esercito romano alla ricerca di una carriera, per liberarsi del suo passato di delinquente trasformandosi in un uomo d’ordine. Ma il soldato ha comunque a che fare con il male, è uno che uccide. Preso dalle proprie contraddizioni, Tito si ritrova nuovamente ad avere problemi con la legge. Finito in galera, a Roma, incontra Dimaco (il “ladrone cattivo”), anche lui giudeo. I due riescono a scappare e tornano nella terra d’origine, dove vengono di nuovo arrestati per aver tentato di derubare Pilato. In carcere Tito incontra il legionario Terenzio, un’altra anima tormentata, un letterato costretto dal padre ad arruolarsi per imparare la disciplina pur non avendo alcuna attitudine guerriera. Appena Tito gli racconta la sua storia, egli ne rimane colpito e decide di scriverla».

Il romanzo è scritto in prima persona, come a voler dare un punto di vista sulla Storia…

Sì, l’idea è che il lettore e lo scrittore si mettono sullo stesso piano per cercare insieme la verità. Nel racconto i vari personaggi hanno tutti un atteggiamento diverso nei confronti di Gesù. E come nella Buona Novella di De André, la figura di Gesù è quasi assente, emerge come per sottrazione. Si percepisce dalla vita altrui: dai gesti di Pilato, da Tito che si converte nel conoscerlo. Il ladrone prende atto del male che ha fatto, si vergogna, ma alla fine non può che ammettere di aver agito nel modo più umano possibile e per questo chiede pietà. Quanto a Terenzio presenta un altro ordine di problemi. La sua storia prosegue anche oltre la crocefissione. Conoscerà san Pietro, ma come tutti i romani del romanzo è una persona pratica, spaventata dall’irrazionale. I romani preferiscono i risultati pratici. Ponzio Pilato, il più pragmatico di tutti, solo nel suo palazzo, ingabbiato dal potere, sarà quello che paga il prezzo più alto.

Perché hai scritto questa storia?

Il viaggio di Tito è stato un po’ anche il mio. Il romanzo l’ho scritto in una fase della mia vita un po’ incerta, che ha trovato una qualche soluzione incontrando papa Francesco al Meeting di Greccio. Ho scoperto l’evento su segnalazione della professoressa di religione, e mi sono iscritto praticamente da solo. Ero alla ricerca di un qualcosa di spirituale, magari anche solo per staccare dalla prospettiva dello studio e degli esami. Poi a Greccio ho incontrato amici di vecchia data che mi hanno fatto comprendere il valore dell’amore. L’incontro con papa Francesco per me sé stato rivoluzionario. Ho visto l’immagine di un amore che prescinde da ciò che sei. Anche la figura del vescovo è stata una grande guida. Il meeting è stato per me ciò che è mancato a Terenzio. Alla fine questi ha sempre sfiorato il sacro, ma non l’ha mai “toccato”.

Hai potuto parlare con il Papa?

Al papa non ho detto una parola, ma lui a me ha detto tanto. Anzi, mi ha parlato l’intero evento. Sono stato entusiasta di don Luigi Ciotti, ma l’intervento che mi ha colpito di più è forse stato quello di Morandini. Quando si è parlato di sviluppo sostenibile, ho capito in quale direzione cercare il mio lavoro. Vorrei fare ingegneria industriale e poi specializzarmi in sviluppo sostenibile.

Un tecnico con la passione per la letteratura…

Beh, sono un estimatore di Italo Svevo: non ha fatto studi classici, viveva d’altro, ma aveva anche quel talento.

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