Chiesa di Rieti

«Una sfida e un gesto d’amore»: don Luigi Ciotti parla ai giovani di legalità e ricostruzione

È stato intenso e applaudito l’intervento di don Luigi Ciotti in occasione dell’incontro “Vite sospese”, organizzato da Libera e Chiesa di Rieti per parlare di ricostruzione e partecipazione, ma anche di legalità nelle aree colpite dal sisma del 2016

È esplosa con don Luigi Ciotti, la platea dell’incontro “Vite sospese”, organizzato dalla Chiesa di Rieti e da Libera per parlare di ricostruzione partecipata. Il “prete coraggio” più volte minacciato dalla malavita per le sue denunce contro i soprusi delle mafie, ha parlato delle infiltrazioni mafiose che si insinuano facilmente nei processi di ricostruzione, «perché le mafie ci sono arrivate sempre, ovunque si siano avviate questo tipo di opere».

Don Luigi guarda ai tanti ragazzi presenti, li saluta, li incoraggia, si presta per le foto sempre guardato a vista dai suoi angeli custodi in divisa. «Ragazzi, l’augurio che vi faccio è di andare incontro al futuro senza ansie e paure, e non attendendendolo inermi. Quando trovate punti di riferimenti concreti siete meravigliosi, lo so bene, giro sempre l’Italia per incontrarvi. Voi giovani, che siete l’apertura alla vita, prendete la mia presenza qui come un gesto di sfida, di affetto, lasciatemi dire di amore».

Una sfida lanciata con armi che non sparano, che non tagliano. Una sfida lanciata con il sorriso, con la mano tesa verso l’altro assumendosi le responsabilità delle proprie coscienze. «Abbiamo un debito di responsabilità verso chi è morto, ma anche verso chi è rimasto solo, verso i familiari rimasti. Dobbiamo essere noi a perseguire la memoria di chi se n’è andato ma anche ad accogliere il futuro di chi è rimasto in vita, senza mai dimenticare le cose belle, importanti e positive che vengono fatte, e ripartendo da quelle, non dall’indignazione, non dal lamento».

La ricostruzione parte da loro, dai giovani, e da ciò che sarà fatto per la loro formazione, per la loro cultura, per renderli cittadini migliori. «Perché una società che non si cura dei giovani non si cura della propria storia, si deve costruire secondo l’idea di base della “Casa del Futuro”, ripartendo dalle loro esigenze, dalle prospettive lavorative che la società richiede oggi, e saper sempre guardare oltre creando opportunità di lavoro».

Il lavoro come strumento di dignità e di identità, per manifestare le proprie attitudini, per crescere personalmente e far crescere la società, perchè «è senza lavoro che la società muore». Don Luigi Ciotti esprime gratitudine per ciò che è stato fatto nei momenti successivi alla tragedia, «da parte delle prefetture, delle forze dell’ordine, dei volontari, delle associazioni, dei liberi cittadini che hanno saputo rispondere ai bisogni materiali delle persone, e al senso di solitudine e il dolore». Affiancata alla parola futuro, la parola speranza.

«C’è bisogno di speranza, del sentirsi parte della comunità, non solo di veder difeso il bene comune ma di alimentarlo con impegno. La speranza va costruita a partire da chi come le popolazioni terremotate vive un momento di fragilità: facciamo dunque che quella speranza diventi un bene comune, proprio come lo sono la libertà e la dignità». L’appello è quello di mettere da parte i campanilismi, aiutandosi e muovendosi verso un’unica direzione «dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, come cittadini responsabili, collaborativi e propositivi».

E senza crogiolarsi nel pietismo, nella rassegnazione assoluta: «Di fronte alle tragedie tutti si emozionano e commuoversi, ma non basta, bisogna muoversi. Con continuità, con condivisione, con corresponsabilità, lavorando insieme per la cosa giusta. Non siamo navigatori solitari, come ci ricorda papa Francesco sottolineando il grido della terra, il grido dei poveri, il grido degli oppressi che dobbiamo ascoltare, e lo possiamo fare solo opponendoci alle mafie, alle ingiustizie, alle violazioni ambientali: ognuno di noi deve fare la propria parte.

Occorre invece andare avanti nonostante le avversità, nonostante gli ostacoli. Così come fece Martin Luther King, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario della morte, che parlò di un sogno, un grande sogno che presupponeva il coraggio di perseverare e la speranza di rischiare e di risorgere. Insieme».


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