Una fabbrica, un quartiere e una città. Presentato il libro di Francesco Rinaldi sulla Viscosa

«Senza un passato è impossibile costruire un futuro, l’esperienza di comunità che vigeva negli anni della Supertessile e della Viscosa è bene ricordarla per ricostruire la storia». Così il direttore dell’Archivio di Stato, Roberto Lorenzetti, ha introdotto al libro “Li Gnommeri de ‘Iscosa”, edito da Armaganta, e ricordato una fabbrica che per i reatini era «una sorta di grande mamma, che ti dava il salario, ma pensava anche alle case, all’educazione dei figli degli operai, all’asilo, allo spaccio, alle befane, al teatro. Rieti non conobbe disoccupazione in quegli anni»

Sabato 3 marzo, presso l’atrio del Teatro Flavio Vespasiano, è stato presentato il libro di Francesco Rinaldi Li Gnommeri de ‘Iscosa, edito dall’Associazione Culturale Amarganta. Il volume racconta l’impatto sociale che ha avuto lo stabilimento della Supertessile, poi Viscosa, sulla città di Rieti a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Il libro contiene inoltre, sia in vernacolo reatino che in italiano, il testo della commedia omonima.

L’incontro, condotto sul tema “Dentro la Viscosa. Ritratto di una città”, ha visto il saluto dell’assessore alla Cultura del Comune di Rieti, Gianfranco Formichetti e la partecipazione dell’autore e delleditore Cristina Lattaro, affiancati dall’artista Franco Bellardi, dal sindacalista Franco Simeoni, e dal direttore dell’Archivio di Stato Roberto Lorenzetti, che insieme hanno indagato su «una fabbrica, un quartiere e una città», attraverso testimonianze, storie e immagini. Non è mancata infatti una mostra di foto storiche del contesto della supertessile, tra fabbrica e il quartiere, curata da Aldo Lafiandra.

Attorno allo stabilimento della Supertessile – si legge nella brochure di presentazione dell’evento – si sviluppa subito una comunità eterogenea, composta da popolazione autoctona, da lavoratori del circondario e da intere famiglie provenienti dall’Emilia Romagna, dall’Abruzzo, dalla Puglia e, in gran parte, dal Veneto prevalentemente dal Padovano e dal Rodigino. La Supertessile, seppur nella logica classista, organizza un indotto di servizi di vario genere: ville, villette e abitazioni per dirigenti, operai e tecnici; spacci economici per le famiglie delle maestranze; convitto maschile e femminile per l’ospitalità di personale impossibilitato a viaggiare per recarsi al lavoro. Poi ancora un teatro, due cappelle per un cappellano, una biblioteca, un circolo dopolavoristico ed altro. Nasce e si sviluppa così il quartiere di Madonna del Cuore. Anche per tutto questo, negli anni, si consolida sempre di più un legame di ottimo rapporto tra le città e l’azienda.

Francesco Rinaldi ha ricordato la sua infanzia a Quattrostrade, e di come fosse incuriosito dal mondo “ricco” della Viscosa. Un mondo che, insieme agli altri fatti e cambiamenti della città l’autore sente di voler raccontare attraverso la passione per il teatro. «I cambiamenti li vivono le personeha spiegato – ogni persona è portatrice di un pezzetto di storia e io cerco di farle parlare o di raccontare le loro storie».

Ad entrare nel merito della vita di fabbrica è stato Roberto Lorenzetti, che ha invitato a immaginare cosa volesse dire nel 1925 avere un opificio in grado di dare lavoro a 3.000 addetti. «Rietiha spiegato Lorenzetti – fu una città di immigrazione». E parlando del recente recupero degli archivi operato all’interno della Snia Viscosa da parte dell’Archivio di Stato ha spiegato che dentro quella fabbrica «c’erano dei saperi straordinari», e che le carte possono aiutare a ricostruire un interessante spaccato di vita, poiché «al momento dell’assunzione veniva aperto un fascicolo sul quale era annotata la vita professionale di ognuno». Storie sulle quali sono impegnati anche alcuni studenti con l’alternanza scuola-lavoro, che con sorpresa ritrovano con sorpresa i loro cari in quei fogli. Del resto, «ogni famiglia aveva almeno un parente dentro la fabbrica. Dobbiamo portarci dentro il ricordo di tutto quello che è stato, un pezzo di storia che ciascuno porta dentro di sé».

Ma la fabbrica incrocia anche in altri modi la vita della città. Ad esempio perché lo stabilimento portato a Rieti da Alberto Fassini accompagnava un cambiamento economico e culturale che per la prima volta vedeva in fabbrica le donne. Ma anche perché, con le sue alterne fortune, prima e dopo la guerra, ha segnato il destino di migliaia di lavoratori, che purtroppo sono morti di cancro a causa degli acidi che vi si respiravano, e di livelli di inquinamento straordinari.

«Siamo cresciuti tutti all’interno di quella comunitàha riconosciuto Simeoni – nella seconda metà dell’ottocento gli imprenditori più illuminati avevano iniziato a costruire villaggi-operai, punti di riferimento ovunque. Rieti era una cosa ben diversa prima della Supertessile». Oltre al boom occupazionale, alla costruzione di villette e case per gli operai e al convitto per il personale femminile, Simeoni ha ricordato l’acquisto, nel 1936, dell’Onarmo, una squadra di calcio che arrivò fino alla serie B. Né mancarono iniziative dedicate ai ragazzi, che dimostrano un certo attaccamento dell’industria a un territorio che d’altra parte, era ormai sinonimo di alta qualità nella produzione. Un “Made in Rieti” conosciuto in tutto il mondo, almeno fino all’iniziò della parabola discendente causata dalla compressione del mercato mondiale. Di lì al taglio del personale, alla cassa integrazione, ai cambi di ragione sociale, che lentamente, ma in modo inesorabile, portarono alla chiusura definitiva.

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