Ue, 2016 “hannus orribilis”. E il 2017?

Lo scorso anno è stato caratterizzato dai tentativi di risposta dell’Unione a crisi economica, Brexit, minacce terroristiche e pressioni migratorie. Quali sorprese riserverà l’anno in corso? I test elettorali di Paesi Bassi, Francia e Germania costituiranno una cartina al tornasole dello stato di salute dell’Europa

Non c’è anno che passa senza che sia dichiarato, da qualche personaggio politico, leader di partito, intellettuale o giornalista, come “annus horribilis” per l’Unione europea. E le buone ragioni non mancano.
Ad esempio il 2016 sarà certamente ricordato, per quanto riguarda il processo di integrazione, come l’anno del Brexit, il referendum con il quale i britannici hanno – pur di stretta misura, 52% contro 48% – voltato le spalle all’Unione europea, per scegliere la strada di una ritrovata e piena sovranità, autoproclamandosi potenza di caratura mondiale. Chissà se Stati Uniti, Russia, Cina o India sono dello stesso parere… Ma soprattutto occorrerà verificare se la Storia darà ragione ai sostenitori del “leave”, convinti che rendendo più profondo il solco della Manica i sudditi di sua maestà sarebbero diventati più sereni e più ricchi, senza gli impicci derivanti dalle direttive di Bruxelles ed evitando l’“invasione” di lavoratori francesi e polacchi, italiani e bulgari.
Lo scorso anno si è pure caratterizzato per altri eventi che hanno influito direttamente o indirettamente, ma in senso negativo, sull’Ue: l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca in primis, le vicende del conflitto siriano, le minacce e gli attentati terroristici, le derive di Russia e Turchia, l’instabilità e la povertà africana che si riversa sul Vecchio continente con il volto disperato di migliaia e migliaia di rifugiati.
E il 2017 come sarà? Le sfide ereditate dallo scorso anno non si sono certo volatilizzate con i botti di San Silvestro. Mentre l’Europa si dibatte con i consueti problemi e avvia i negoziati per il divorzio da Londra, già si avvicinano diverse scadenze elettorali negli Stati membri che potrebbero costituire lo specchio di una Ue resa fragile dalle fragilità nazionali.
Nei Paesi Bassi i cittadini saranno chiamati ai seggi il 15 marzo: il Partito per la libertà, xenofobo e no-Europa, guidato da Geert Wilders, è appaiato nei sondaggi al partito di governo del premier Mark Rutte. Uno sfondamento dei populisti sulla linea olandese potrebbe rappresentare un assist per la successiva sfida delle presidenziali francesi (primo turno 23 aprile, ballottaggio 7 maggio), dove la portabandiera del nazionalismo è, ovviamente, Marine Le Pen, del Front National. Altrettanto interessanti saranno poi le elezioni tedesche di autunno, con l’assalto di Alternative für Deutschland e di altre formazioni alla poltrona di cancelliere, detenuta dal 2005 da Angela Merkel. Ruolo peraltro conteso dal leader dei Socialdemocratici tedeschi, Martin Schulz, attualmente alleati di governo della Merkel.
I risultati di queste tre principali tornate elettorali potrebbero consegnare, a fine 2017, un nuovo volto dell’Ue, resa ostaggio di governi che remano contro l’integrazione e contro tutto ciò che essa rappresenta in fatto di pace, stabilità democratica, tutela dei diritti, sviluppo e benessere, apertura al mondo. Oppure potremmo scoprire che le sirene contro l’Europa “unita nella diversità” fanno breccia ma solo fino a un certo punto, e che i cittadini credono, nell’era della globalizzazione, si aspettano risposte ai loro bisogni e interessi da una convergenza politica “alta”, di livello sovranazionale, pur nel rispetto delle specificità nazionali.

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