Togli Dio, resta solo l’idolo

La lezione di Simone Weil, a riguardo della bellezza, ne “L’amore di Dio”

“Vi è anche una quantità di fattori di seduzione che sono completamente estranei alla bellezza, ma a causa dei quali, per mancanza di discernimento, vengono dette belle le cose che essi abitano”.

Se il lettore volesse approfondire seriamente le cause della violenza dei nostri giorni, dovrebbe leggere alcune riflessioni della pensatrice francese, di famiglia israelita, Simone Weil (1909-1943), raccolte ora in “L’amore di Dio” (San Paolo, 121 pagine). Le riflessioni provengono da un testo, “L’attesa di Dio”, composto di lettere e saggi indirizzati al domenicano Joseph-Marie Perrin, che la Weil aveva scritto poco prima di morire. Come ogni spirito alla ricerca d’assoluto, Simone riesce a penetrare in alcuni abissi dello spirito (e non è un caso che qui venga citato San Giovanni della Croce con la sua notte oscura) con sguardo lucido e apparentemente impassibile. Sembra quasi che nel 1941, quando alcuni aspetti sociali erano lontani sul nostro orizzonte – solo un altro “iniziato” ai grandi problemi della personalità umana, Denis de Rougemont, li aveva intuiti in quegli anni – la studiosa appena trentenne volesse avvisarci che una ricerca di materia in sé e per sé porta dritta al male. Quando appare la vera bellezza, noi ci illudiamo di poterla possedere, sbagliando due volte: quella non è la bellezza in sé, ma un frammento, e soprattutto non si può possedere esclusivamente un bene, farlo diventare un dio sulla terra. Gli orrori del presente ci sembrano comprensibili alla luce di alcune pagine di questo libro: parlando di vera amicizia, un legame che per la scrittrice somiglia ad un amore “distanziato”, Simone scrive che “quando qualcuno desidera subordinare a sé un essere umano o accetta di subordinarsi a lui, non v’è traccia di amicizia”. Se si sostituisce amicizia con amore, allora ecco che tanta cronaca d’oggi è spiegata spietatamente, colta nella sua essenza chestertoniana, allorché l’inglese ci ammoniva che togliere di mezzo Dio avrebbe significato risvegliare gli idoli.

Se l’idolo non è la donna o l’uomo, di cui ci si stanca dopo averli incensati come dèi, allora è l’illusione che un altro consumo d’amore, come fosse Lsd o eroina, potrà darci l’ebbrezza divina, andando avanti all’infinito. Vi è un rimedio, per la Weil: consiste nella coscienza della finitudine, dell’impossibilità di mettere davvero un essere finito al posto dell’Infinito: “Se da una delle due parti non vi è rispetto per l’autonomia dell’altro, quest’ultimo deve tagliare i legami per rispetto di sé”. Il considerare un idolo una persona significa paradossalmente assimilarlo ad una cosa: il che è soddisfazione del nostro ego, negazione della libertà altrui, e soprattutto valore non in sé, ma in quanto e fino a quando assimilata a noi. L’attuale società spinge al consumo di tutto, compreso l’affetto, confuso con la sessualità, segnando un ritorno (che non significa banalmente un nuovo medioevo, ma una fase critica ciclica molto più ricorrente di quanto ci dicano alcuni libri di storia) allo scambio e al baratto: possedere un bel corpo significa salire nella scala sociale, ma nello stesso tempo costringe continuamente ad essere all’altezza; il tramonto del bel corpo, l’arrivo di un altro ancora più bello e giovane, un abbassamento del proprio livello economico significano in questo contesto la perdita dell’ “oggetto” di desiderio e insieme di scambio. Ma c’è una altro elemento che rende la lettura di questo libro necessaria, ed è l’invito all’accettazione della vita per quella che è, il che segna una distanza da quel neo-catarismo che qualcuno ha intravisto nel pensiero della Weil: “La convenienza delle cose, degli esseri, degli avvenimenti consiste solo in questo: che esistono e che noi non dobbiamo desiderare che non esistano o che siano altro da quello che sono”. A dimostrazione che il cercatore d’assoluto è sempre in ascolto e mai ripiegato su se stesso.

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