Cinema

Pupi Avati: nel mio film su Dante una vita di umana sofferenza

Il regista svela: «Sarà la mia impresa più sacra che darà senso a tutta la mia lunga carriera. Ma del Poeta indagherò le difficoltà di un’intera esistenza e la sua fragilità per rendercelo più vicino»

Tra due mesi esatti il primo ciak. Tra Toscana, Romagna e Cinecittà, con la ricostruzione delle anguste atmosfere della Firenze trecentesca, con le case dei Donati, degli Alighieri, dei Portinari. I tempi sono ormai tanto stretti quanto lunghi sono stati i diciassette anni di altalenante attesa del definitivo sì arrivato, insieme ai fondi, soltanto dieci giorni fa dal ministro Franceschini. «Voglio finire il film entro il 2021 per poter celebrare in tempo i 700 anni dalla morte di Dante – svela il regista Pupi Avati, in procinto di fare l’impresa come quei suoi cavalieri di vent’anni fa in cerca della Sacra Sindone –. Questo film è per me sacro e vorrei condividerne la sacralità anzitutto con la troupe perché tutti comprendano che non stiamo per fare un film qualsiasi, ma la madre di tutti i film. Siamo in ritardo, ma è bello quando il piacere si coniuga con la paura. Una ebbrezza che produce adrenalina pura. L’unica certezza per ora è Sergio Castellitto nel ruolo di Boccaccio, mentre devo scegliere tutti gli altri. Chi parlerà pochissimo sarà Beatrice, che in tutto il copione ha una battuta sola, quando incontra Dante e dice: “Vi saluto!”».

Avati, ma come sarà il suo Dante?

Intanto saranno tre. A cinque anni, a nove e da adulto. Punterò su approfondimenti psicologici che in genere nella dantistica vengono in gran parte a mancare. Ciò che avverto necessario raccontare è infatti il ragazzo prima e l’uomo poi. Vorrei entrare nella vulnerabilità e nella fragilità di Dante come persona, andare oltre la sua monumenta-lità come poeta, il Sommo Poeta. Vorrei coglierne i sentimenti, le emozioni di un ragazzo segnato da un destino spietato. Dall’età di cinque anni quando perde la madre fino all’esilio, per lui è un continuo susseguirsi di eventi drammatici sia a livello affettivo che a livello pubblico e sociale, incappando in una serie di vicende che gli sono perennemente ostili e che lo emarginano sempre.

Cosa la spinge ad affrontare una sfida simile?

Faccio questo film perché la gente si affezioni e voglia bene a Dante, da cui siamo invece lontani anche per come ci è sempre stato imposto a scuola. Voglio suscitare lo stesso bene che gli vuole Boccaccio. C’è un personaggio nella storia, Donato degli Albanzani, che vuole sapere da Boccaccio perché ami così tanto Dante da avergli dedicato gran parte della sua vita, copiando la Divina Commediae diffondendola. Boccaccio glielo spiega ed è l’intento profondo del mio film: la forte affettività e la compassione nei riguardi di questa persona così punita e penalizzata dalla vita. Se riuscirò a rendere questo sentimento conteranno poco per me tutte le matite rosse sfoderate dai dantisti pronte a sottolineare le manchevolezze del mio film. Già ora in Italia si avvertono più dantisti che commissari tecnici.

Verrà accusato di aver magari “ridotto” il Sommo Poeta?

Sui banchi di scuola ce lo hanno fatto più temere che amare, imponendocelo in un certo modo. Io qui lo avvicino per amore ed è ciò che invito anche la gente a fare. Mi ripropongo di far stare Dante nel contempo in alto e con tutti noi. Certo, così ambiziosa la mia filmografia non lo era mai stata. Qui racconto un tempo che è remoto e un personaggio che è altrettanto inesplicabile.

Ma lei come intende renderlo invece avvicinabile e, in qualche modo, contemporaneo?

Punto a una identificazione totale degli spettatori con quest’uomo prototipo della sofferenza. Cercando di fare sul grande schermo di questo personaggio così elevato, enigmatico e misterioso un essere umano in cui ci possiamo tutti riconoscere. Se io dovessi riuscire in questa operazione, anche tutta la mia precedente filmografia acquisterebbe un senso. Mettendo mano a un monumento come Dante mi accingo a portare tra di noi attraverso il cinema una figura che avvertiamo invece come inarrivabile e quasi sovrumana. Anche per colpa di certa iconografia.

Chi è e cosa rappresenta per lei Dante?

Dante è un uomo penalizzato dalla vita e che dalla vita attende perennemente un risarcimento. Ma non lo avrà e morirà senza averlo avuto. È una di quelle vicende umane per cui si avverte la necessità di Dio, con la sua eterna misericordia e promessa di salvezza. Io credo che Dante Alighieri appartenga a questa schiera di afflitti, con la consapevolezza anche di aver compiuto qualcosa di straordinario che ha che fare con l’ineffabile. Una capacità poetica che non ha eguali nella storia delle letterature del mondo. Però, nello stesso tempo, il suo fine era anche soltanto quello di tornare a un suo “bar Margherita”, di vedersi riconosciuto dai suoi amici, di ritornare nel «bel San Giovanni » ed essere incoronato poeta. La richiesta che lui faceva alla vita era in fondo molto modesta, ma non l’ha vista esaudita. È morto in esilio senza aver neppure avuto la soddisfazione di veder pubblicati gli ultimi canti del Paradiso.

da avvenire.it

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