Economia

Primi dati sul reddito di cittadinanza

Ciò che pare più interessante – oltre al reale numero dei bisognosi rispetto alle statistiche finora viste – è la tipologia di persone che avanzano la richiesta. Non giovanissimi, ma ultracinquantenni

Ciò che pare più interessante – oltre al reale numero dei bisognosi rispetto alle statistiche finora viste – è la tipologia di persone che avanzano la richiesta. Non giovanissimi, ma ultracinquantenni.

Siamo ancora all’inizio, ma dai primi dati che arrivano dalle varie province italiane emerge uno spaccato molto chiaro della povertà e del bisogno, in relazione al cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Anzitutto nelle quantità: vuoi perché il provvedimento comunque rimane di non facile lettura e applicazione, vuoi perché sono stati introdotti criteri stringenti, finora il numero di richiedenti è assai inferiore alle stime previste. Si ipotizza che alla fine saranno meno della metà dei 5 milioni e mezzo di presunti stimati, coloro che appunto faranno richiesta del sussidio.
A sua volta, richiedere non è avere: un quarto delle richieste di media vengono scartate. Vedremo poi i successivi vagli come valuteranno quelle accettate.

C’è poi un criterio geografico nettissimo. E logico. La stragrande parte delle richieste arriva dal Mezzogiorno e dalle isole. Quelle presentate nella sola città di Napoli ragguagliano tutte le richieste avanzate in una regione popolosa qual è la Lombardia. Ma era chiaro anche da prima dove fosse il disagio economico in Italia: avrebbe stupito il contrario.
Forse il dato più interessante – oltre a quello del reale numero dei bisognosi rispetto alle statistiche finora viste – è quello della tipologia di persone che avanzano richiesta di reddito di cittadinanza. Si parlava molto dei giovani, di chi avrebbe scelto la strada della poltrona e del sussidio rispetto a quella della ricerca di un lavoro. In realtà sono assai pochi i giovani che l’hanno richiesto; molto più abbondante la categoria degli ultracinquantenni, la gran parte dei quali fatica assai a inserirsi o a tornare nel mondo del lavoro. E ovviamente la categoria dei richiedenti di origine straniera.

Al Nord la percentuale di giovani è finora assolutamente minoritaria; vedremo nei prossimi mesi. C’è da dire che da un paio d’anni le occasioni di lavoro non mancano di certo: le aziende locali sono in forte difficoltà a reperire moltissime figure professionali, compresi camerieri e baristi: insomma non laureati al Mit di Boston.

Casomai il problema sono le retribuzioni, veramente basse almeno all’inizio. Questo determina che le migliori figure professionali stiano continuamente percorrendo la strada che porta fuori dai confini nazionali. Uno stillicidio che ci sta impoverendo. E le paghe basse pure non facilitano quell’emigrazione interna da un Sud bisognoso di lavoro ad un Nord in carenza di addetti: il costo della vita è inaffrontabile per chi si trasferisce sopra gli Appennini, potendo contare su mensili che si aggirano sui mille euro o poco più. Gli “autoctoni” infatti vivono in famiglia fino a tarda età e contano molto sull’aiuto della stessa. Fino a tarda età.

Nicola Salvagnin per il Sir

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