Frontiera

Paolo Ruffini: «La stampa cattolica serve a difendere uno spazio di libertà nella verità»

Non sono mancati auguri influenti, per il ritorno nelle edicole del nostro settimanale "Frontiera": il prefetto del Dicastero vaticano per la Comunicazione Paolo Ruffini ha firmato il primo editoriale sottolineando l'importanza di una comunicazione «che sappia distinguere il bene dal male»

La stampa cattolica serve «a costruire un orizzonte di senso. A vedere e raccontare cose che altri non vedono. A difendere uno spazio di libertà nella verità; e a offrirlo a tutti in un tempo in cui sia la verità che la libertà di pensiero che la condivisione sembrano merce sempre più rara».

È quanto scrive Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero vaticano per la Comunicazione, nell’editoriale del nostro settimanale “Frontiera”, che dopo 5 anni torna in edicola «nonostante la crisi dei giornali».

Citando parole del discorso di papa Francesco per il 60° anniversario dell’Ucsi, Ruffini afferma che «abbiamo bisogno di media che sappiano distinguere il bene dal male, ricostruire la memoria dei fatti, lavorare per la coesione sociale. A questo serve Frontiera, che solo sbagliando metro di misura qualcuno potrebbe definire un piccolo giornale. Non ci sarebbe nessuna dimensione nazionale – rimarca il prefetto – se non ci fosse una presenza territoriale; nessun senso di appartenenza ad un destino comune condiviso se questo non fosse fondato sui territori e le loro storie, le loro culture, le loro memorie».

La sfida da affrontare, per Ruffini, «ruota intorno al concetto di locale nell’era della rete, dove non esiste più né centro né periferia, tanto che luoghi decisamente periferici come Cupertino o Palo Alto sono divenuti il centro della civiltà dei big data».

E ruota intorno anche «al concetto di globale, che solo se contempla le diversità non precipita nel banale. Questa è la vostra, la nostra frontiera. In questa battaglia – conclude il prefetto – siamo tutti chiamati. Con l’umiltà di accettare la parte che ci è data, ma anche con l’ambizione di poter riuscire; senza complessi di inferiorità, puntando a coinvolgere nella nostra comunicazione tutti coloro (e fra di essi i giovani soprattutto) che non aspettano altro che trovare chi da loro voce e risposte alle domande di verità inevase dal sistema dei media».

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