Papa Francesco

Non domani, ma adesso

La pagina del Vangelo domenicale è quanto mai significativa per l’esperienza che i giovani hanno vissuto a Panama – la prossima a Lisbona – e in qualche modo rimanda anche alla veglia di sabato: le parole e il silenzio della preghiera, dell’adorazione eucaristica.

Francesco a Panama per la Gmg: “Voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire: ‘Voi siete il futuro…’. No, siete il presente! Non siete il futuro di Dio: voi giovani siete l’adesso di Dio! Lui vi convoca, vi chiama nelle vostre comunità, vi chiama nelle vostre città ad andare in cerca dei nonni, degli adulti; ad alzarvi in piedi e insieme a loro prendere la parola e realizzare il sogno con cui il Signore vi ha sognato”.

La pagina del Vangelo domenicale è quanto mai significativa per l’esperienza che i giovani hanno vissuto a Panama – la prossima a Lisbona – e in qualche modo rimanda anche alla veglia di sabato: le parole e il silenzio della preghiera, dell’adorazione eucaristica.

Parole e silenzio. Le prime le pronuncia, nel brano di Luca, Gesù, il quale, “secondo il suo solito”, va nella Sinagoga, di sabato, per dire quell’oggi che diventa impegno concreto. Nazareth come Panama, per Papa Francesco; non domani ma adesso, dice ai giovani alla messa al Campo Juan Pablo II: “È l’adesso di Dio che con Gesù si fa presente, si fa volto, carne, amore di misericordia che non aspetta situazioni ideali o perfette per la sua manifestazione, né accetta scuse per la sua realizzazione. Egli è il tempo di Dio che rende giusti e opportuni”. Il silenzio è quello che accompagna le parole pronunciate da Gesù nella Sinagoga dopo aver letto il profeta Isaia, una pagina in cui si narra di un uomo che, rinnovato dall’unzione dello Spirito Santo, viene incaricato dal Signore di presentarsi al popolo e dire: “Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore”. Un programma niente male, quasi manifesto, diremmo noi oggi, di un possibile impegno di governo. Ma, come sappiamo, il regno che Gesù proclama non è di questa terra, né come gli uomini lo vorrebbero.

La scena è raccontata da Luca, che la spiega a un certo Teofilo: tutti hanno gli occhi puntati su Gesù. È la prima volta che predica a Nazareth; non aveva seguito corsi di rabbino, né aveva operato cose straordinarie; voci raccontavano che aveva scelto di parlare in altre cittadine della Galilea, sulle strade, nelle piazze, nelle case. È diverso Gesù dai maestri del suo tempo, ricordava Francesco il 24 gennaio del 2016: “Non ha aperto una scuola per lo studio della legge, ma va in giro a predicare e insegna dappertutto”; di più, “è diverso anche da Giovanni Battista, il quale proclama il giudizio imminente di Dio, mentre Gesù annuncia il suo perdono di Padre”. Chiude il Rotolo e dice, Gesù: “Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato”.

Il silenzio dopo le parole. A Nazareth non tutti capirono, ricorda il Papa ai giovani a Panama. “Anche a noi può succedere la stessa cosa. Non sempre crediamo che Dio possa essere tanto concreto e quotidiano, tanto vicino e reale, e meno ancora che si faccia tanto presente e agisca attraverso qualche persona conosciuta come può essere un vicino, un amico, un familiare”. Spesso si preferisce “un Dio a distanza: bello, buono, generoso ma distante e che non scomodi”. Un Dio vicino e quotidiano amico e fratello “ci chiede di imparare vicinanza, quotidianità e soprattutto fraternità”. Non si è manifestato “in modo angelico o spettacolare”, ma ci ha donato “un volto fraterno, amico, concreto, familiare”.

Essere giovani, afferma ancora, non è sinonimo di sala d’attesa “per chi aspetta il turno della propria ora”. E frattanto, “inventiamo per voi o voi stessi inventate un futuro igienicamente ben impacchettato e senza conseguenze, ben costruito e garantito con tutto ‘ben assicurato’. È la ‘finzione’ della gioia” dice Francesco. “Vi tranquillizziamo e vi addormentiamo perché non facciate rumore, perché non facciate domande”. Così i sogni perdono quota, diventano illusioni. Giovani, dice Francesco, “non siete il futuro, ma l’adesso di Dio”. Le domande invece servono, come quella che viene posta a Gesù: chi è il prossimo? La ricorda Francesco nella casa che accoglie giovani e adulti poveri malati di aids. “Il prossimo – dice loro – è soprattutto un volto che incontriamo nel cammino, e dal quale ci lasciamo muovere e commuovere”.

L’indifferenza ferisce e uccide. “È un volto che rivela la nostra umanità tante volte sofferente e ignorata. È un volto che scomoda felicemente la vita perché ci ricorda, ci mette sulla strada di ciò che è veramente importante, e ci libera dal banalizzare e rendere superflua la nostra sequela del Signore”.

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