CINEMA / Neruda sul grande schermo

Il film di Pablo Larrain è un caleidoscopio di immagini e parole

Nel passato è stata l’Europa ad aiutare il cinema americano a diventare grande. Nel periodo compreso fra le due guerre mondiali, infatti, innumerevoli sono stati gli artisti europei (registi, attori e attrici, sceneggiatori, produttori) ad emigrare dai loro Paesi dilaniati dalla guerra, assoggettati ai totalitarismi, attraversati dalla follia antisemita, verso l’America, Paese giovane, dall’economia in crescita e democratico. Anche grazie al loro apporto artistico, alla loro bravura e professionalità il modello produttivo e narrativo cinematografico classico divenne il punto di riferimento del cinema globale per oltre trent’anni, esportando stili di vita, pensieri, usi e costumi e, di fatto, aiutando l’“americanizzazione” del mondo. La grandezza del cinema americano è stata fin dalle sue origini, dunque, quella di saper inglobare nei suoi meccanismi, che potrebbero sembrare rigidi, le innovazioni e le sperimentazioni, in un sincretismo artistico vitale.

Oggi non siamo più noi europei ad aiutare il cinema americano in questa sua flessibilità creativa e lo scettro è passato ai paesi del Sud America. Sono loro, oggi, grazie a registi estremamente interessanti, ad offrire l’opportunità di una ventata di rinnovamento e di una piccola rivoluzione. Iniziò un po’ di anni fa Robert Rodriguez, amico solidale di Quentin Tarantino, e oggi continuano Alfonso Cuaron e Alejandro G. Inarritu, tra l’altro vincitori anche di Premi Oscar (la massima consacrazione al livello dell’industria cinematografica). Sono tutti e tre registi messicani, che hanno iniziato con piccole produzioni all’interno del loro paese e poi sono riusciti ad entrare nei meccanismi del grande cinema americano. Senza però perdere le loro peculiarità, stilistiche e tematiche.

Ora, all’orizzonte, si fa strada prepotentemente un nuovo giovane regista, questa volta proveniente dal Cile, che ci pare stia compiendo la stessa parabola dei suoi predecessori. Si tratta di Pablo Larrain, di cui oggi si può vedere al cinema “Neruda”, film biografico sul grande poeta Pablo Neruda. Larrain ha sempre realizzato film che avessero come soggetto il suo Cile e la sua storia dilaniata dai regimi (si pensi a “No. I giorni dell’arcobaleno”, in cui raccontava la dittatura di Pinochet) ma nei prossimi mesi vedremo la sua ultima fatica che si chiama “Jackie”, anch’essa una pellicola biografica sulla moglie del presidente Kennedy (icone per eccellenza della storia americana). Dunque dal Cile all’America, da film a basso budget a una produzione con grandi attori (Natalie Portman interpreta la first lady), ma quello che non cambia è il modo di fare cinema di Larrain: un modo spiazzante rispetto a quello a cui siamo abituati. Un modo anti-narrativo, quasi rapsodico, che è più vicino alla poesia che alla prosa, che non si preoccupa della logicità e delle connessioni di causa-effetto nello sviluppo della storia, ma che vuole rendere la verità di quello che racconta attraverso uno stile, un’emozione, una sensazione.

Esemplare in questo senso “Neruda”: una sorta di anti-biografia (perché non ha nulla a che fare con la classica struttura agiografica delle biografie cinematografiche) del grande poeta cileno nel momento in cui deve abbandonare la sua patria a causa della dittatura di Videla. Il film non segue una vera traccia cronologica o consequenziale, sembra avere un ritmo ondivago, legato all’artificiosità della rappresentazione e non alla sua verosimiglianza. Un caleidoscopio di immagini e parole rispetto al quale lo spettatore è invitato ad esercitare un’interpretazione ermeneutica più faticosa rispetto ai normali standard di un film. E’ un tipo di cinema personale, originale e sfidante, che l’America ha deciso di “adottare” ed inglobare nei suoi meccanismi secondo il sano rinnovamento che da sempre mette in atto al suo interno.

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