Lo zoom sulla tragedia. Il terremoto in televisione fra dolore, macerie e intimità violata

Il nuovo sciame sismico che, a suon di scosse, ha destabilizzato ancora una volta le case e gli abitanti delle Marche – e dell’Italia centrale in genere – ha riacceso i riflettori su una realtà tanto catastrofica quanto imprevedibile. I media, già presenti sul posto, hanno avuto meno difficoltà che in passato a recarsi sui luoghi colpiti e a documentare quanto stava accadendo, spesso in diretta. In questo modo è cresciuto quell’effetto di presenza che fa sembrare a noi spettatori di essere sul posto, insieme alle vittime e agli sfollati.
È sottile e labile il confine fra il diritto-dovere di cronaca e la speculazione informativa, soprattutto nel caso di un mezzo come la televisione, che con inviati, microfoni, telecamere e riflettori riesce a infilarsi in qualunque contesto, spesso in modo decisamente invadente. Cambiano i luoghi e le situazioni, ma le immagini sembrano sempre le stesse: macerie su macerie, soccorritori all’opera, forze dell’ordine in campo, genti disperate bisognose di conforto.
Costretti ad avere sempre notizie fresche per i collegamenti sul posto, i giornalisti televisivi – in particolare quelli che lavorano per le testate all-news – sembrano prediligere l’intervista alle persone che piangono o si disperano per quello che è successo, in alternativa alla raccolta di dichiarazioni dalle figure istituzionali o dai volontari sopraffatti dalla stanchezza. Si ripetono primi piani sugli occhi lucidi e domande del tipo “Cosa prova in questo momento?” o “Può raccontarci cosa è successo?”.
A cosa servono interrogativi in diretta come questi? Non certo a spiegare meglio quello che gli spettatori conoscono già, ne ad aiutare le vittime a vivere meglio il trauma che devono attraversare. Troppo spesso servono soltanto ad accrescere la temperatura emotiva del pubblico a casa, inducendolo a non staccare l’attenzione dal piccolo schermo, a beneficio di quell’audience che rimane pur sempre il parametro di misura del successo televisivo (in termini di quantità, non certo di qualità).
La curiosità e la naturale solidarietà verso i “terremotati” chiedono soddisfazione, ma è scorretto alimentare il sensazionalismo suscitando inevitabilmente una sorta di voyeurismo, tipico della tv del dolore dei nostri tempi, che arriva dappertutto senza alcun ritegno. La ricerca del particolare straziante e dell’immagine commovente rischia di trasformare anche il terremoto nell’ennesimo reality show spettacolare.
Questa mancanza di sensibilità umana e di deontologia professionale è aggravata dalla vulnerabilità di chi si trova suo malgrado al centro dell’attenzione. Le persone che hanno subito le pesantissime conseguenze del sisma chiedono ascolto, conforto, sostegno, rassicurazioni e prospettive certe. La loro esposizione (in)volontaria alle onnipresenti telecamere non può diventare merce di scambio per far salire gli ascolti televisivi.
A contaminare ulteriormente l’informazione sulla tragedia è la parallela dietrologia su cause e conseguenze del disastro. E puntualmente saltano fuori le bufale, come quella della magnitudo truccata per non pagare i costi della ricostruzione, quella degli immigrati ospitati negli alberghi che tolgono il posto agli sfollati in tenda, quella del sedicente esperto che aveva preannunciato il sisma nella generale indifferenza, eccetera eccetera eccetera.
Meno male che – oltre a queste stupidaggini – di tanto in tanto vengono raccontate anche le storie vere e belle di chi, senza perdere tempo in parole inutili, si è rimboccato le maniche e ha cominciato subito ad aiutare le vittime donando sangue, recuperando coperte, allestendo luoghi d’accoglienza, offrendo ospitalità. La solidarietà autentica non fa spettacolo.

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