Terremoto 2016

La notte di memoria di Amatrice, il vescovo: «Se viene meno la fiducia reciproca il cammino non si riprende mai»

«Dobbiamo andare oltre le nostre stagne paratie, superando giudizio e pregiudizio e confidando l'uno negli altri, altrimenti non si va avanti», ha detto monsignor Pompili durante la veglia in memoria delle vittime del terremoto di Amatrice

Amatrice sceglie il silenzio nella notte. A tre anni dal ricordo di quella raggelante seppur estiva nottata del 24 agosto 2016, la comunità del paese reatino più colpito in termini di vittime si stringe nel ricordo delle 238 vite spezzate dalle macerie del terremoto.

È una lunga e triste notte, cadenzata dai rintocchi di campana che rimbombano tra le lacrime nel vuoto lasciato dalle case, e in quello incolmabile lasciato dalle morti.

Tante, tantissime morti, tanti nomi letti ad uno ad uno, perchè la memoria non si disperda, ma anzi diventi seme per il futuro, perchè quanto accaduto non accada più, e serva da monito per tutti.

Si legge il Vangelo, si ascolta del mendicante cieco Bartimeo, che incontra il Maestro lungo la strada. Il vescovo Domenico durante la sua omelia parte da quel mendicante, citando un’antica tradizione indù che dice come la vita si sussegua «attraverso quattro stagioni: nella prima si impara, nella seconda si insegna e si fa servizio, nella terza si va nel bosco nel silenzio del rispensamento e nell’ultima si mendica».

Si mendica, come quel mendicante menomato e avvolto nel suo pesante e logoro mantello che Gesù incontra andando verso Gerusalemme.

«Mendicare è stata l’esperienza del tutto improvvisa che la comunità di Amatrice ha fatto nel bel mezzo di una notte d’estate, in una serata leggiadra, serena, distesa, una festa che nessuno poteva pensare si sarebbe così tragicamnete interrotta», dice monsignor Pompili.

«E così, – prosegue – senza avere neppure il tempo di pensarci abbiamo dovuto imparare a mendicare. Tuttavia questo mendicante, che ci appare inizialmente immobilizzato lungo la strada, appena incontra il Maestro riacquista vitalità, e si mette a seguirlo».

E accadono tre cose.

All’inizio infatti, Bartimeo sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare. Grida, e grida così forte che tutti cercarono di farlo tacere, «perchè tutti ci impogono di non gridare, di non disturbare, eppure il nostro io viene fuori solo gridando, proprio come nel momento in cui veniamo al mondo, in cui gridiamo per far sentire che ci siamo, e con tutti noi stessi»

Il vescovo ricorda le grida di dolore di quei primi sconvolgenti momenti, ma anche le grida diverse, manifestate in altro modo, di questi tre anni. «Abbiamo continuato a gridare, ma queste grida sono state ben diverse dalla rabbia: era un grido espressione di se stessi a dispetto della condizione che ci circondava, perchè finchè si grida c’è sempre un segnale di speranza».

Poi il secondo momento di quell’incontro casuale con il povero Bartimeo, nel quale Gesù invece di chiamarlo personalmente, usa come intermediari coloro che volevano azzittirlo.

«Gesù chiede la mediazione dei suoi amici, perchè solo attraverso la fiducia verso gli altri, dalla condizione di mendicanti e dalla forzata immobilità che ne deriva possiamo rimetterci in cammino. Sì, perchè c’è bisogno della fiducia degli uni verso gli altri altrimenti il cammino se viene meno la fiducia reciproca non si riprende mai».

Monsignor Pompili ricorda i primi momenti, quelli dell’emergenza, quelli in cui si cercava di capire cosa fare, e cosa sarebbe stato. Eppure, pur nella difficoltà, ricorda come sia stato «un momento magico, soprattutto all’inizio, quando ci ritrovavamo insieme a mangiare sotto lo stesso tendone, fuori dalle nostre stagne paratie, uniti nel comune momento doloroso, costretti per forza a vivere di fiducia e di aiuto dell’uno verso gi altri. Poi, purtroppo, la fiducia istintiva dei primi momenti ha lasciato spazio all’atteggiamento abituale, fatto di sospetto, di giudizio e di pregiudizio».

E poi, l’ultimo passo della storia di quell’incontro sulla strada di Gerusalemme. Dopo il grido e la fiducia, la parola che Gesù rivolge al mendicante, ormai libero dal suo mantello, dal suo fardello, che ha superato la paura e si è spinto verso l’altro.

Va’, la tua fede ti ha salvato, gli dice Gesù, e fa comprendere che la sua vita riprende, e così la sua vita, «un cammino che si impara solo camminando».

«Queste tre cose: il grido, la fiducia e l’essere per la via, ci servono come il pane per poter attraversare la strada che abbiamo davanti, e dobbiamo avere la consapevolezza che a noi è tornato in sorte di essere come Mosè, che anche ormai anziano non smette di essere curioso, di essere condottiero del popolo pur senza mai arrivare alla Terra Promessa».

«Forse neppure molti di noi arriveranno alla Terra Promessa dell’Amatrice ricostruita – conclude il vescovo – ma ci è chiesto un sussulto di generosità: saper portare avanti questo cammino impervio per quelli che potranno vedere con i propri occhi la rinascita, ma anche per non rendere inutile il sacrificio di quanti non sono presenti questa notte».

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