Islam in Italia: basta con gli imam fai-da-te. Riconoscimento per decreto, corsi di formazione e prediche in italiano

La lotta contro il radicalismo passa anche attraverso la figura e il ruolo dell’imam. Il ministero dell’Interno ha così deciso d’introdurre un riconoscimento con decreto ministeriale della figura degli imam. “L’imam – spiega Paolo Naso, che presiede il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano – è il principale mediatore culturale di cui disponiamo oggi nel rapporto tra lo Stato e le comunità. Visto che ha un ruolo così importante, puntiamo su di lui come interlocutore primario, formiamolo e chiediamogli di svolgere un ruolo attivo nel sostegno alle politiche costituzionali e al contrasto esplicito senza ambiguità e senza zone d’ombra a ogni forma di radicalismo”

L’imam? Un punto di riferimento e il principale mediatore culturale per le comunità islamiche, ma soprattutto “un guardiano dei cancelli”. La lotta contro il radicalismo passa anche attraverso la sua figura e il suo ruolo. Per questo il ministero dell’Interno guidato da Angelino Alfano ha deciso d’introdurre un riconoscimento con decreto ministeriale della figura degli imam. È una delle “novità” presenti nel documento predisposto dal Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano e presentato nei giorni scorsi al ministero dell’Interno alla presenza dei rappresentanti delle comunità e associazioni islamiche del nostro Paese. Basta con gli imam fai-da-te e al rischio di una predicazione dell’odio fuori controllo.

Lo scorso anno l’Italia ha espulso sette imam “violenti”.

Il futuro? Deve andare nella direzione di una stretta e fiduciosa collaborazione tra Stato e comunità di fede.

Si chiama “riconoscimento” con decreto ministeriale. “Lo strumento giuridico a nostra disposizione – spiega Paolo Naso, che presiede il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano – è una vecchia legge risalente al 1929 sui ‘culti ammessi’ che presenta evidenti e condivise criticità ma prevede anche che un ministro di culto con cittadinanza italiana possa chiedere in via amministrativa la ‘nomina ministeriale’ come ministro di culto”. La “nomina” – che non è obbligatoria perché “la legge italiana garantisce la libera espressione del culto in pubblico e in privato” – consentirà, però, agli imam di celebrare, per esempio, i matrimoni e di accedere in luoghi protetti come carceri e ospedali. Per richiedere la “nomina”, occorre avviare una procedura amministrativa presso la Direzione centrale per gli affari dei culti del Ministero dell’Interno.

I requisiti per ottenerla sono la cittadinanza italiana; l’assenza di procedimenti penali e una comunità di riferimento accertata, di almeno 500 membri.

Ma non è tutto. Il documento presentato dal Consiglio per le relazioni con l’Islam prevede anche la promozione di un iter di formazione per gli imam. “Si tratta di una formazione ovviamente non dottrinale – spiega Naso -, rivolta a tutti i ministri di culto, non soltanto islamici, in particolare però a quelli che provengono dalle aree territoriali extracomunitarie ed è finalizzata all’apprendimento e all’approfondimento dei principi fondamentali dello Stato italiano, dal diritto di famiglia, all’obbligo d’istruzione, ai principi della Costituzione”. Anche in questo caso il percorso formativo sarà orientato dal ministero dell’Interno che si avvarrà però d’Istituti specializzati. Nell’iter formativo, l’imam e il futuro ministro di culto sarà anche introdotto alla “pratica della relazione interreligiosa”, per “vincere ogni possibile tendenza alla chiusura e alla ghettizzazione”.

”Le moschee – incalza Naso – devono essere luoghi aperti e trasparenti perché appartengono a tutti e devono essere vissuti come patrimonio e bene comuni”.

Non esistono purtroppo cifre ufficiali sul numero delle moschee e degli imam presenti in Italia. Segno di una realtà storicamente recente e ancora non ufficializzata. “Ma esistono – fa sapere Naso – lavori di ricerca che ipotizzano un numero di sale di preghiera e moschee che oscillano tra le 650 e le 800”. Difficile se non impossibile invece quantificare il numero degli imam in Italia. Perché in questo caso resta complessa la definizione stessa di imam o guide spirituali: ci possono essere persone che dirigono la preghiera e altre che pronunciano il sermone e hanno quindi responsabilità più ampie.

“La strategia del governo – riassume Naso – è quella di poter progressivamente costituire una base critica di imam dotati di riconoscimento e di una formazione e quindi sempre più in grado di diventare nel tempo il nucleo forte di un Islam italiano, che parla la nostra lingua, è consapevole della tradizione culturale e religiosa del nostro Paese, radicato sui principi fondamentali della Costituzione e fidelizzato al contesto culturale e civile nel quale vive”.

All’incontro al ministero erano presenti tutte le maggiori sigle delle comunità e associazioni islamiche. “Il fatto di averle viste insieme attorno a uno stesso tavolo su un documento così impegnativo, a me sembra l’inizio di un percorso importante”, dice Naso. “C’è in gioco la loro capacità di stare nello spazio pubblico italiano e di starci con autorevolezza e pieno riconoscimento”. E conclude:

“L’imam è il principale mediatore culturale di cui disponiamo oggi nel rapporto tra lo Stato e le comunità. Visto che l’imam ha un ruolo così importante, puntiamo su di lui come interlocutore primario, formiamolo e chiediamogli di svolgere un ruolo attivo nel sostegno alle politiche costituzionali e al contrasto esplicito senza ambiguità e senza zone d’ombra a ogni forma di radicalismo”.

Una società impaurita è una società debole e povera. “L’obiettivo che noi implicitamente ci poniamo è quello di sostenere un Islam che in una società plurale come la nostra, non sia più in questione ma diventi ordinarietà. Sono fiducioso che ciò possa davvero accadere in Italia”.

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