Opinioni

Il destino di Autostrade e la chiarezza che non c’è

La prima riforma che il governo deve attuare è dimostrare di saper prendere decisioni in tempi ragionevoli. È la lezione che si deve ricavare dopo quasi due anni di tira-e-molla, senza essere pervenuti nemmeno all'ombra di una decisione, sul caso Autostrade

La prima riforma che il governo deve attuare è dimostrare di saper prendere decisioni in tempi ragionevoli. È la lezione che si deve ricavare dopo quasi due anni di tira-e-molla, senza essere pervenuti nemmeno all’ombra di una decisione, sul caso Autostrade, formidabile connubio di inefficienza privata (in principio fu il crollo del ponte Morandi, col suo straziante carico di 43 morti) e d’insipienza politica, al di là delle ripetute “grida” cadute nel vuoto. Una lezione che sarebbe particolarmente utile anche per il prosieguo del governo e per le importanti decisioni che dovranno essere assunte in relazione al Recovery Plan da presentare a settembre in Europa.

Compito primario dei rappresentanti politici che eleggiamo è assumere decisioni tempestive (e competenti) di fronte ai problemi che si manifestano. Non lasciar passare ventitré mesi in dichiarazioni roboanti, seguite da lunghissime pause inconcludenti se non addirittura disorientanti. Ricordate il tentativo (fatto nel 2019) di bussare alla porta della famiglia Benetton, che controlla Autostrade per l’Italia tramite Atlantia, per ottenere un loro interessamento nel salvataggio di Alitalia? In ventitré mesi si sarebbe potuto fare molto che invece, deliberatamente, non si è fatto. A partire dal valutare, anche con l’ausilio dei maggiori giuristi, margini e limiti di un’iniziativa come la revoca della concessione in assenza (per ora) di una sentenza della magistratura, fatto che potrebbe comportare conseguenze pesanti per i conti pubblici nel caso (probabile) di un contenzioso con la società. In parte si è intervenuti solo con l’art. 35 del “Milleproroghe” di fine 2019, con cui lo Stato ha agito unilateralmente (altro atto passibile di contenzioso) sull’indennizzo in caso di revoca anticipata, che è stato ridotto da 23 miliardi di euro a circa 7/8 miliardi. Ci ritroviamo oggi, due anni dopo, allo stesso punto di quel drammatico 14 agosto 2018 dello schianto e del dolore. Né si sa molto di più sul nuovo regime che governo e maggioranza dovrebbero a questo punto avere in mente in conseguenza dell’evocata revoca, con il probabile passaggio delle competenze da Aspi ad Anas che pure, sulla manutenzione e sulla gestione dei ponti, non pare che vanti prestazioni di gran lunga migliori.

Bisogna rendere chiaro all’opinione pubblica che si hanno idee altrettanto chiare. E utili per il Paese. Non entriamo nel merito di una vicenda che si trascinerà (quasi certamente) nelle aule di giustizia, non si tratta di difendere Atlantia, che dovrà giustamente pagare le sue responsabilità, una volta accertate. La gestione del dossier dovrebbe essere segnata però dalla bussola del senso della realtà, senza creare inutili conflitti, potenzialmente tali da non lasciare né vincitori, né vinti. Alla luce della nuova proposta formulata ieri da Atlantia, a questo punto va capito se il M5s, partito di maggioranza relatica, si accontenterà della riduzione del peso dei Benetton nella controllata Autostrade/Aspi (e, nel caso, con quali conseguenze al suo interno) o se insisterà per la revoca totale. Anche se, fatto salvo sempre il rispetto dovuto ai familiari delle vittime e la giustizia che andrà loro assicurata, non si comprende del tutto quale possa essere il beneficio prodotto all’interesse pubblico dal danno arrecato a una società sì privata, ma che comunque resta fra le maggiori del Paese e vanta posizioni di forza anche in altri settori (aeroporti di Roma) e all’estero (autostrade di Spagna).

Il rigore si può applicare rafforzando davvero vincoli della concessione e controlli, senza concedere “pseudo-regali” a soggetti privati. A meno che non si voglia soprattutto far prevalere il filone di pensiero che tutto vada “ri-nazionalizzato” e vada pagato dallo Stato. Con quali soldi – e soprattutto con quali conseguenze per le generazioni future – qualcuno dovrebbe spiegarlo, prima o poi.

Eugenio Fatigante per Avvenire

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