Giubileo, il vescovo Domenico: «Aprire la porta della gioia»

Aprendo una porta santa in Africa, con qualche giorno di anticipo rispetto alla data fissata, Papa Francesco ha indicato la dimensione mondiale del Giubileo.

La gioia del Vangelo come possibilità concreta: «non c’è Vangelo, infatti, che non sia – per definizione – un’occasione per liberare energie interiori, emozioni profonde, desideri irrefrenabili, che si fatica perfino a confessare a sé stessi». È il vescovo Domenico a indicare il senso – quasi la sfida – dell’anno giubilare che si apre l’8 dicembre. Un Giubileo “glocal”: che non verrà vissuto solo sulla scala globale, ma anche sul piano locale.

Lo stesso Papa Francesco infatti, nella Bolla di indizione Misericordiae vultus, ha stabilito che sarà possibile ricevere l’indulgenza plenaria in tutte le diocesi. «Il Giubileo sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno visibile della comunione di tutta la Chiesa»: ecco il perché dell’apertura – con qualche giorno di anticipo – di una porta santa in Africa da parte del Santo Padre. Ci ricorda che la Chiesa è diffusa in ogni parte della terra, che è presente anche nel luogo preciso in cui ciascuno trascorre la propria esistenza quotidiana. Anche a Rieti, dove la porta della Cattedrale di Santa Maria si spalancherà il 13 dicembre alle ore 11, dopo una breve processione dalla basilica di Sant’Agostino.

«A qualcuno potrà sembrare strano che ci sia ancora qualcosa o qualcuno da festeggiare di questi tempi – nota don Domenico – eppure il Vangelo che non è mai avulso dalla concretezza della vita spinge a ad andare oltre il senso di frustrazione e di delusione che impedisce di alzare il capo».

Sentimenti che nella nostra piccola realtà depressa paiono oramai dominare indisturbati il panorama. E che di conseguenza, dalle nostre parti, rendono il Giubileo un’occasione particolarmente preziosa.

Una risposta che in molti attendono in chiave economica, ed è comprensibile, perché quando si spostano le persone attivano tutta una serie di servizi e questi non si danno senza investimenti, profitti, promozioni commerciali.

Ma la vera occasione è di tipo spirituale, è la spinta a uscire dallo sconforto e dalla rassegnazione, ad alzare la testa, a ritrovare l’entusiasmo: parola che non a caso significa etimologicamente “con Dio dentro”. Come a dire che senza Dio si cade nella tristezza.

Eppure Dio lo si è rifiutato: «oggi sembra il grande Assente dalla scena pubblica e privata, sostituito con altri surrogati che però mostrano i piedi di argilla» ci dice ancora il vescovo. «Abbiamo frettolosamente accantonato Dio per idoli da quattro soldi (il denaro appunto, il potere, l’affermazione individuale)».

Forse è stata una fuga dall’idea di un «“Occhio” che giudica e punisce», salvo poi «consegnarci senza resistenza al “Grande Fratello”, che ci segue in ogni momento e ci geolocalizza. E solo ora ci si rende conto che eliminare Dio dall’orizzonte precede solo di poco il cancellare l’uomo, che così non si va da nessuna parte. Ben venga dunque un anno di festa in cui metterci tutti a ritrovare il volto autentico di Dio».

Il Giubileo è cioè l’occasione per riscoprire quel Dio «che rappresenta l’unica possibilità per superare l’idea di un mondo piatto, senza sporgenze, senza sorprese, senza aspettative».

È un appiglio per quanti hanno bisogno «di un respiro, di un alito di vita, di una fiducia affidabile, di un soffio che accende la scintilla di infinito che è in noi».

«In fondo – spiega don Domenico – la fede è sempre stata e sempre sarà un modo per non arrendersi ai dati di fatto, per sognare un mondo diverso, per immaginare una condizione non schiacciata dal limite, ivi compreso quello più radicale che è la morte».

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