Fra Marino e l’invincibile nostalgia della missione

Sono ormai più di dieci anni che è tornato in Italia. Ma quando ripensa a quei quindici anni trascorsi in Mozambico il suo animo va in giuggiole. Quelli passati in missione tra il 1989 e il 2004 sono «i più belli della mia vita. È stato duro riadattarsi… e lo è ancora oggi!». Lo spirito del missionario è un po’ rimasto a fra Marino Porcelli, che nella Provincia Romana dei Minori continua ancora a occuparsi di animazione missionaria.

E dal convento di Fonte Colombo, nella Valle Santa reatina, fa spesso la spola con le varie località laziali per cercare di far capire come l’attenzione al mondo delle missioni non debba essere un qualcosa che arriva solo nel mese di ottobre. È invece, ama dire padre Marino, uno stimolo non solo a sentire la responsabilità verso le terre di missione, ma anche e soprattutto a lasciarsi “ammaestrare”, come comunità cristiane un po’ troppo formali e sclerotizzate, da quell’anima genuina e vivace che caratterizza le giovani e più fresche Chiese del Sud del mondo.

Tra i tanti momenti trascorsi nella missione animata dai francescani a Homoine, in Mozambico, Porcelli tiene a ricordare quel “progetto di sviluppo integrato” che quella parrocchia nel sud dello stato africano volle portare avanti nel suo ampio territorio: un’area prevalentemente rurale, segnata da alte punte di povertà assoluta, consistenti sacche di analfabetismo, condizioni igienico–sanitarie in gran parte precarie, con tasso di mortalità infantile a livelli incredibili.

Ebbene, ricordando quel progetto il religioso prova ben più che un “mal d’Africa”: più che nostalgia, scatta quasi invidia per quel che significa, a quelle latitudini, coinvolgimento della comunità, corresponsabilità pastorale, capacità della Chiesa di “incarnarsi” nel vissuto della gente.

Il progetto integrato “Homoine 2000” si articolava in quattro fasi: ascolto della comunità e della società civile, studio ed elaborazione di un piano di intervento integrato, avvio delle attività con “interiorizzazione” di tale piano, infine revisione dell’intervento e prospettive future. Rispetto a tanti progetti pastorali di casa nostra, balza agli occhi il forte spazio dato alla base, cominciando dalla fase iniziale di ascolto: in varie occasioni, racconta il francescano, «furono consultati i gruppi di maggior rilievo della comunità – anziani, catechisti, leaders tradizionali, giovani, donne – con l’unico obiettivo di identificare gli aspetti della vita più critici e a rischio», per individuare, insieme a periti e tecnici, le aree di intervento più urgenti, condividendone insieme forme e contenuti.
Insomma, un partire dal basso: qualcosa che dalle missioni, cui tanto si è chiamati a dare – in termini di preghiere, offerte, invio di aiuti – occorrerebbe imparare a ricevere in termini di insegnamento.

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