D’Orazi (Fai): i cittadini debbono riprendere in mano la città

È stata una intensa lezione sulla storia delle città e dell’urbanistica quella svolta il 22 aprile dall’architetto Piero D’Orazi, per il terzo appuntamento di “Percezione consapevole di ambienti e spazi significativi”, ciclo di incontri gratuiti e aperti a tutti organizzati dalla Delegazione Fai (Fondo ambiente italiano) di Rieti e dal settimanale «Frontiera» nei mercoledì del mese in collaborazione con il Cai Sezione di Rieti, l’Associazione culturale Animaeacqua, l’Associazione culturale Domenico Petrini, il Circolo fotografico Fausto Porfili e la Confraternita degli Artisti.

Il percorso è stato svolto con l’ausilio di un ricco apparato di immagini, partito dalle origini stesse della “forma città”, per attraversare le varie tipologie e concezioni che l’argomento ha conosciuto nel tempo. Un’evoluzione che in molti casi evidenzia un pensiero rigoroso, fino all’esempio limite delle “città ideali”, progettate o realizzate.

Un modo di fare che sembra però essersi perso negli ultimi decenni, andando a produrre espansioni urbanistiche che non solo risultano disordinate e brutte, ma rimangono soprattutto prive di punti di riferimento, di luoghi significativi.

«Le città moderne perdono i punti qualificanti» ha sottolineato D’Orazi, portando ad esempio il quartiere di Campoloniano. L’unico riferimento sicuro sembra essere la chiesa: per il resto si tratta solo di strade anonime e rotonde indifferenziate.

«La modernità è questo?» ha chiesto allora l’architetto. «È vero, ma perché quasi tutti i cittadini continuano a preferire il tessuto storico della città? Uno spazio attraversato da strade, punteggiato da piazze, ma soprattutto segnato da edifici che non hanno soluzione di continuità?» La risposta secondo D’Orazi è in un dato: «nella città storica gli edifici danno vita ad uno spazio “contenuto”» che «in quanto “contenuto” è significativo».

Affrontare il problema della città moderna allora, vuol dire «ricondurre l’espansione ad una connotazione precisa». Citando Renzo Piano, il relatore ha ammesso che «occorre rammendare le periferie, dar loro un significato, un carattere», ma non solo: per ritornare ad una buona urbanistica senza negare la modernità c’è anche da riflettere sul fatto che «la città non si può espandere all’infinito: c’è da porre un limite».

Secondo D’Orazi nel caso di Rieti il metodo lo si può elaborare lavorando sui “pregi”: «uno è il centro storico, l’altro è l’ambiente». Partendo da questi due elementi, «l’uno polare e l’altro diffuso», dobbiamo avere «l’intelligenza di tracciare ipotesi di sviluppo che raccolgano la dispersione della città diffusa».

In questo senso ci sarebbe ad esempio da ragionare sulla salvaguardia e valorizzazione delle «aree agricole di prossimità»: non solo perché sono in grado di sfamare 30.000 persone, ma anche perché, al pari del centro, rappresentano «un dato storicizzato della città».

«Rieti è ancora una città recuperabile – ha sottolineato l’architetto – a condizione che l’Amministrazione si metta a lavorare insieme ai cittadini». Gli strumenti, spiega D’Orazi sono arrivati proprio con l’attuale Giunta: «le Consulte, per esempio, sono uno strumento essenziale per ridare ai cittadini la possibilità di incidere, di suggerire un’intenzione comune, che nasce “dal basso”, e non una intenzione individuale che viene calata dall’alto». Occorre però dare forza a questi strumenti, evitando che finiscano con l’essere solo una collezione di buone intenzioni.

La validità di un metodo collettivo, “dal basso”, secondo il relatore, la si comprende osservando lo sviluppo storico della città. Guardando la mappa di Rieti, D’Orazi ha mostrato i confini del nucleo originario e il processo di espansione nei secoli ritornando ad una domanda centrale del ciclo di incontri: «perché fino alla fine del 1800 l’espansione è rimasta un fatto coerente con la forma della città, mentre dal 1950 in poi la crescita è stata incoerente? Perché la città storica ha un suo ordine, una sua ragione, e la città contemporanea non ce l’ha?»

La ragione è che, «al di fuori delle ideologie e delle polemiche, l’espansione storica l’hanno fatta i cittadini di Rieti. La città che sta fuori le mura non l’hanno fatta i cittadini di Rieti: l’ha fatta la speculazione fondiaria. Il problema è che la città non è più cresciuta sulla base di un atto collettivo, ma di atti individuali di carattere speculativo».

«Fermiamoci, ragioniamo, mettiamoci a fare degli studi seri» ha concluso D’Orazi: «sono i cittadini che debbono riprendere in mano la città».

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