Cultura

Di vita e di morte…come nacque “‘A livella” di Totò

Il principe Antonio De Curtis, in perenne conflitto con la sua maschera Totò, scrisse 'A livella nel 1964.

«Ogn’anno, il due novembre, c’è l’usanza per i defunti andare al Cimitero. Ognuno ll’adda fà chesta creanza; ognuno adda tené chistu penziero». Il principe Antonio De Curtis, in perenne conflitto con la sua maschera Totò, scrisse ‘A livella nel 1964.

Pare che l’ispirazione per la metafora della vita e della morte derivasse dalla sua infanzia di chierichetto nella Basilica di Santa Maria della Sanità, nel popolare quartiere di Napoli dove nacque. Spesso si recava nelle vicine catacombe di San Gaudioso, e lì rimase colpito da un affresco di Giovanni Balducci, uno scheletro con ai piedi alcuni oggetti di cui certamente non avrebbe avuto bisogno.

Come la livella, attrezzo usato dai muratori per appianare le superfici, anche la morte appiana: ceti, ricchezze, diversità sociale.

Così che «Nu ree, ‘nu maggistrato, ‘nu gran’ommo», varcando il cancello del cimitero diventano uguali agli altri. Ed il «Nobile Marchese signore di Rovigo e di Belluno» deve rassegnarsi a stare accanto al netturbino Esposito Gennaro.

Almeno post mortem.

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