Immigrazione

Da tutta Europa a Lampedusa per non dimenticare la strage di sei anni fa

L'isola siciliana commemora le vittime di una delle stragi più tragiche avvenute nel Mediterraneo, quella del 3 ottobre del 2013: un barcone con a bordo 500 persone prende fuoco e affonda, muoiono 368 migranti

L’isola siciliana commemora le vittime di una delle stragi più tragiche avvenute nel Mediterraneo, quella del 3 ottobre del 2013. Un barcone con a bordo 500 persone prende fuoco e affonda. Muoiono 368 migranti. Le immagini di quel cimitero a cielo aperto faranno il giro del mondo.

Sono arrivati da 20 Paesi europei e da diverse Regioni italiane. Tra loro anche 200 studenti che, accompagnati dagli insegnanti e dai superstiti di quella terribile notte, ricordano le vittime del mare di sei anni fa. Il via alle celebrazioni è stato intorno alle 3.30, l’ora in cui a poche miglia dalla costa dell’Isola dei Conigli, a Lampedusa, l’imbarcazione prese fuoco e si capovolse inabissandosi. Poi la marcia verso la Porta d’Europa con un momento di raccoglimento. Nel pomeriggio verrà inaugurata una targa dedicata ai “Giusti” e poi, una corona di fiori sarà affidata a quelle acque in cui affondò il barcone. Alla commemorazione, nella “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza”, istituita per ricordare quella strage, saranno presenti anche i rappresentanti dell’amministrazione comunale, delle istituzioni, della Chiesa e delle Forze dell’Ordine e di numerose associazioni.

Ogni volta penso che è l’ultima volta, ma ogni anno siamo sempre di più…non so come abbiamo fatto”, commenta nell’intervista Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 Ottobre. I giovani, arrivati a Lampedusa già da alcuni giorni, stanno partecipando ad iniziative, laboratori formativi, dibattiti e a momenti di confronto perché, ribadisce Brhane, «l’unica via per costruire in modo proficuo e a lungo termine, è imparare a conoscersi e a sentirsi tutti europei». Il progetto, sostenuto anche dal ministero dell’Istruzione, per il sesto anno consecutivo permette a moltissimi ragazzi e adulti di spalancare lo sguardo per poter costruire un futuro migliore. L’iniziativa è supportata anche da realtà come Save the Children, Amnesty International, Amref insieme ad altre numerose ong.

«Quello che chiediamo ai ragazzi – prosegue il presidente di Comitato 3 Ottobre – è di di proporre idee, fare progetti. Quest’anno, per esempio, quattro ragazzi che lo scorso 2018 sono stati qui come ospiti, hanno fatto parte del comitato organizzativo». Le iniziative si inseriscono nell’ambito di Snapshots from the Borders, di cui è capofila il Comune di Lampedusa e Linosa, il progetto comunitario che tende a dare voce ai protagonisti dei viaggi della speranza. In 30 capitali e città europee sono previsti eventi ed appuntamenti per ricordare quella strage.

A sei anni dalla visita a Lampedusa, la prima del suo Pontificato, Papa Francesco ha celebrato come di consuetudine una messa in Vaticano lo scorso luglio, usando parole toccanti e denunciando la globalizzazione dell’indifferenza.

Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata

«Come ogni anno – racconta don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa – terremo una celebrazione ecumenica per ricordare le vittime del 3 ottobre 2013 ma anche per rilanciare i messaggi di pace, condivisione, accoglienza e fraternita che cerchiamo di tenere vivi ogni giorno e non solo per questa ricorrenza”. Don Carmelo non c’era nel 2013 quando Papa Francesco arrivò sull’isola ma conosce l’affetto del Pontefice per Lampedusa e la sua gente. “Allora il messaggio del Papa fu forte e chiaro – spiega – soprattutto quell’insistenza nel piangere i fratelli scomparsi. Purtroppo tante sue parole sono rimaste inascoltate, quel ‘non accada mai più’ non si è realizzato, tanti sono morti in mare nell’indifferenza di molti e forse a causa di leggi e di accordi internazionali sottoscritti”. “I lampedusani hanno sempre vissuto con rispettoso silenzioso ogni anniversario, ma non si dimenticano quelle bare che sono arrivate qui. Chi vive qui sa che il mare porta ricchezza ma anche difficoltà, è un limite ed è una frontiera, chi vive su uno scoglio sa che non si può negare una mano tesa a chi è in difficoltà nel mare. Anche qui è arrivata l’ondata mediatica che vorrebbe farci ragionare tutti allo stesso modo ma poi l’indole del lampedusano che è volta all’accoglienza emerge sempre».

Per 5 anni le suore della Congregazione dei poveri di don Morinello hanno abitato sull’isola, offrendo aiuto a chi arrivava a Lampedusa. Una missione iniziata nel 2014, un anno dopo il terribile naufragio, ed ispirata dal desiderio di Papa Francesco che, nella sua visita, aveva constatato la mancanza di religiose. Un’esperienza difficile ma ricca di umanità e di vita, secondo suor Paola Agheorghiesei.

R. – Ricordo quanto accaduto quel 3 ottobre attraverso le esperienze dei famigliari delle vittime e anche dei sopravvissuti che sono venuti anno dopo anno per celebrare, ricordare questo evento tragico e anche per elaborare il lutto. Quindi attraverso i loro occhi, le loro esperienze e le loro testimonianze abbiamo vissuto questo evento tragico, anche a distanza di un anno perché ci trovavamo lì nel primo anniversario, abbiamo anche ospitato due famiglie siriane che hanno perso i figli, una coppia giovane che ha perso due figli, due bambini, e un’altra coppia che ha perso un figlio di 27 anni. Posso veramente testimoniare a cuore aperto che soltanto la fede li ha aiutati a superare quanto accaduto. Ho capito però che se vengono, se accettano di venire a Lampedusa, vogliono vivere un momento privatamente, intimamente. Perfino l’anno scorso è venuta di nuovo una di queste coppie siriane e quando siamo andati alla Porta dell’Europa c’è stato il momento del sindaco, il momento di preghiera ma questa donna non vedeva nessuno. Lei guardava solo il mare e si toccava il cuore e diceva: “Mio figlio è là, nel mare”, faceva cuore e mare con il dito. Diceva: “Mio figlio è là”.

Che bilancio può fare di questa esperienza, soprattutto cosa può insegnare?

R. – E’ banale fare un bilancio, è stata un’esperienza positiva. Sì, è stata positiva, ma è stata un’esperienza di vita in cui mi sono sentita veramente dentro la storia di tante persone che sono venute, che sono passate da Lampedusa. Quando ci trovavamo sul molo, quando andavamo al centro di accoglienza, quando incontravamo per strada i miganti, quando li invitavamo in chiesa per distribuire loro qualcosa, tu vedevi il loro sguardo che era impaurito, sofferente, spaventato, in cui si vedeva soprattutto solitudine. E allora sentivi veramente la necessità di mostrare la tua umanità. Distribuivamo vestiario, facevamo da intermediari sia con gli isolani che con le nostre comunità, con tanti turisti, tanti gruppi di volontari. Quello che mi ha commosso tanto ed è un’esperienza che mi porto dentro nel cuore è che loro, quando venivano in questa stanzetta della Caritas, per prendere qualcosa, prima ancora di volere un vestito,  i cristiani ci chiedevano la Bibbia nella loro lingua, in inglese o francese, e una corona di rosario. Qualcuno si metteva in ginocchio perché voleva che gli mettessimo il rosario al collo e che pregassimo con la Bibbia su di  loro, cosa che non ci sentivamo neanche degne di fare. E una esperienza fortissima che ho fatto è stata nel periodo del primo anniversario dell’arrivo del Papa a Lampedusa. Eravamo al molo e sono arrivati oltre mille migranti entro poche ore e ancora continuavano ad arrivare e noi trovandoci là, avevamo già finito di distribuire acqua tra il caldo, il disagio delle persone, la stanchezza, distribuivamo un po’ di merendine, crackers, quello che avevamo… L’acqua a lungo andare, sotto il sole diventava calda e anche l’atmosfera tra loro, c’era disagio, insofferenza… I militari ci hanno dato l’ordine di uscire. Noi, invece di uscire, siamo salite sugli scogli che costeggiano il molo, e distribuivamo bicchieri ed acqua. Solo che mi sono accorta che non chiedevano più acqua ad un certo punto ma tendevano la mano verso la croce che portavo al petto e che abbassandomi verso di loro calava e ho detto: basta, dobbiamo organizzarci per farci arrivare questi oggetti religiosi che sono segno della presenza, della benedizione di Dio. Un’altra cosa, quest’anno per Pasqua mi ha chiamato un sacerdote da Reggio Emilia, quattro ragazzi passati da Lampedusa, musulmani, hanno chiesto qualche anno fa il Battesimo e quest’anno a Pasqua hanno ricevuto il battesimo e ci hanno tenuto che il sacerdote mi chiamasse e dicendo: “La dovete informare perché è anche ‘colpa’ sua se adesso vogliamo diventare cristiani, è grazie a quella Bibbia, che lei non ci ha negato, quando l’abbiamo chiesta”.

Da Vatican News

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