Convegno Fai, don Jaroslav: «le relazioni precedono le pietre»

«La Chiesa da duemila anni nella società svolge un ruolo notevole. Fa piacere che venga riconosciuto quando si manifesta tramite l’arte, tramite quello che è legato all’arte, quello che questa arte nutre» ha esordito don Jaroslaw Krzewicki, vicario generale del vescovo di Rieti, riferendosi all’introduzione dell’architetto Piero D’Orazi al quarto degli incontri su “Percezione consapevole di ambienti e spazi significativi” organizzati all’Auditorium dei Poveri dal Fai di Rieti in collaborazione con «Frontiera».

Il sacerdote si è proposto di portare avanti il discorso partendo da un doppio vissuto: quello dello “straniero”, di chi proviene da un’altra nazione, e quello di parroco delle piccole comunità del Cicolano: «La nostra diocesi ha oltre 640 chiese, belle, grandi, piccole… e c’è tutta una storia che si rispecchia in questi edifici significativi. Sono edifici di culto che oggi vengono anche trasformati secondo le necessità, ma comunque hanno svolto un ruolo di ponte per unire l’uomo con l’assoluto. Luoghi in cui Dio è stato incontrato, pregato, supplicato e in cui tutto questo si sta facendo ancora: la popolazione ritorna e rivive nei paesi. Magari solo per la festa del patrono, ma è il segno di un legame delle persone con la terra delle origini, dove sono cresciute e dove trovano qualcosa che costruisce il loro senso di identità».

«Si sono formate lì, in quell’ambiente – ha aggiunto don Jaroslav – nello spazio del paese, nello spazio urbano. Per chi torna è il punto iniziale della società, dove tutto è nato: il rapporto tra le famiglie, il sacramento del matrimonio, la nascita e l’accoglienza della nuova vita e per tutti i momenti più importanti della vita e dell’anno liturgico».

E questo spazio urbano – ha sottolineato il sacerdote – è intimamente legato alla chiesa, che «diventa o rimane il punto di riferimento». La chiesa in cui «si va a cantare o a celebrare la Messa», ma anche la piazza davanti alla chiesa in cui si sta «per mangiare un panino, per conversare dopo la processione, per un cioccolato da consumare al bar».

«Sono fatti culturali che ancora non ci dicono niente dell’arte – ha precisato don Jaroslav – ma penso che qui si tocca l’anima di ciascuno che partecipa di una società, che è artefice di quella società basata sulle relazioni. Quando noi pensiamo allo spazio pubblico guardiamo innanzitutto alle pietre, a come vengono impostate: secondo quale progetto urbanistico, secondo quale un progetto di utilità, di praticità, qualcuno ha disegnato spazi in cui l’uomo si poteva incontrare, in cui poteva svolgere diverse attività culturali, commerciali, educative, ricreative. Ma noi non dobbiamo dimenticare che questi spazi fatti delle pietre, dei mattoni, dei sampietrini, del tufo, corrispondono a qualcosa di più profondo: alle relazioni che si creano tra le persone. E quindi in questo senso l’artista, l’architetto, disegna qualcosa che corrisponde alla cultura intesa come frutto delle relazioni nella loro purezza, nella nobiltà dei rapporti che si creano tra le persone».

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