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Cento anni per l’Opera di don Minozzi: insieme a Caritas per la gestione del sisma

Non è mancata una ricognizione della funzione assunta dall’area del “Don Minozzi” dopo il terremoto dell’estate 2016 al convegno svolto lo scorso 17 agosto ad Amatrice, in occasione dei cento anni dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia

Non è mancata una ricognizione della funzione assunta dall’area del “Don Minozzi” dopo il terremoto dell’estate 2016 al convegno svolto lo scorso 17 agosto ad Amatrice, in occasione dei cento anni dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia.

Un passaggio essenziale, perché seppure danneggiata dal sisma, la casa madre dell’Onpmi continua a essere l’istituto di Amatrice e il grande complesso di molteplici edifici, attualmente distrutti, sin dalla prima emergenza ha avuto un ruolo di primo piano nella gestione delle conseguenze del terremoto. Ne hanno parlato Marcello Pietrobon, di Caritas italiana, e don Fabrizio Borrello, che guida la Caritas reatina.

È negli spazi afferenti all’Opera Don Minozzi che hanno trovato collocazione i container Caritas e le attività di condivisione, che si caratterizzano per essere aperti alla comunità amatriciana: «chiunque può chiedere di utilizzarli per un momento di festa, di aggregazione o di riflessione», ha spiegato Pietrobon. Mantenendo fede all’eredità di padre Giovanni Minozzi attraverso l’attenzione ai “nuovi orfani”, vale a dire alle nuove povertà: «I nostri spazi sono quelli in cui si vanno anche a cercare le nuove povertà, nel condividere, nello stare insieme, attraverso l’ascolto che permette di trovarle e cercare risposte, anche in momenti e modi diversi».

L’area del Don Minozzi, del resto, ha detto don Fabrizio, «ha una vocazione che è per sempre: c’è uno specifico che si mantiene, la vocazione si trasforma però continua». Per il direttore della Caritas diocesana «quell’area “sacra”, perché sacralizzata da un carisma come quello di don Minozzi che è poi si è trasformata in quell’opera straordinaria, si è caratterizzata nell’emergenza sisma sin dai primi istanti con la vocazione di luogo di condivisione di tante emozioni e sentimenti». Innanzitutto, vocazione «a mettersi insieme: era il punto in cui venivano portate le vittime del terremoto, dunque luogo di condivisione del dolore, della con-doglianza. Lì c’è stato il funerale, luogo del com-pianto: comunità sofferente che voleva condividere anche il pianto. Poi il luogo della solidarietà degli italiani e di tutto il mondo, dove è arrivata e distribuita tantissima roba: quindi, luogo del con-dividere, del mettere insieme agli altri. Adesso continua a essere il luogo dell’accoglienza, dello stare insieme, anche il luogo del gioco, con le esperienze estive per bambini, perciò luogo della speranza dove la convivenza ha riportato in quegli spazi anche la presenza dei bambini che si era persa perché la storia aveva cambiato la destinazione di quella struttura» che nel tempo era passata dall’accogliere i ragazzi ad accogliere gli anziani, «ma che è in qualche modo tornato».

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