Anniversari

Cento anni per l’Opera di don Minozzi: dall’esperienza della guerra alla cura degli orfani

L’occasione dei cento anni dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia è stato un momento prezioso per Amatrice: una scommessa di carità ripercorsa dall’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale sociale della Cei

L’occasione dei cento anni dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia è stato un momento prezioso per Amatrice. Non solo perché si è celebrato uno suoi cittadini più creativi e importanti, ma anche perché inserisce la vicenda del borgo nel contesto più grande dei grandi eventi del secolo scorso.

L’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, uscita dalla creatività di don Giovanni Minozzi in tandem con il barnabita padre Giovanni Semeria, non si comprende senza il retroterra della tragica esperienza vissuta dai due sacerdoti negli anni della Grande Guerra, con la creazione delle “Case del soldato”. Una scommessa di carità le cui direttrici ha ripercorso l’intervento di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale sociale della Cei. Carità intesa come condivisione totale unendola all’educazione: sensibilità che Minozzi e Semeria maturarono dai tempi in cui erano cappellani militari al fronte. Leggendo il diario di guerra del prete nativo di Preta di Amatrice, emerge «che lui è uno dei pochi a mettere in luce il tema della inutilità della guerra, che poi Benedetto XV riprenderà. Nota subito che c’è qualcosa che non va e non nasconde le gravi carenze dell’esercito italiano, la sua disorganizzazione, addirittura scrive anche della incapacità di alcuni quadri dirigente».

Già alla vigilia della disfatta di Caporetto, ha evidenziato Bignami, Minozzi «si accorge che la situazione è sfuggita di mano e chi ha le responsabilità non è all’altezza, non è in grado di gestire. Questo il presupposto per far nascere le “Case del soldato”, anticipate da un’istituzione, la “sala ritrovo”, a Calalzo di Cadore. Di fronte a un degrado umano offre una risposta: presente una bibliotechina, offrire cultura a questi giovani. Di qui un’esperienza che si allarga sempre di più, dal Cadore si estendono a macchia d’olio e nel 1915 giungono alle “Case del soldato”».

Dietro c’era la preoccupazione «di offrire un riparo dal punto di vista etico, umano, ma anche luogo in cui formare le persone: uno spazio non semplicemente ricreativo, ma educativo». Un’esperienza – nell’ultimo anno di guerra si contavano in tutto il Nord Italia oltre quaranta Case del soldato – che non poteva chiudersi con la fine del conflitto: proprio il dopoguerra mostrava la necessità di un intervento che Semeria (orfano di guerra lui stesso, avendo perduto il papà nella guerra del 1866) e Minozzi espressero nell’attenzione al Meridione d’Italia: attenzione, ha spiegato il relatore, che era «soprattutto alla gente contadina, quella che rischiava di pagare di più le conseguenze di quel drammatico conflitto».

Ecco i tanti bambini e ragazzi che quella “inutile strage” aveva reso orfani diventarono l’oggetto dell’attenzione dei due religiosi nel dare vita all’Opera nazionale per il Mezzogiorno d’Italia, a partire dal primo istituto femminile con le dodici orfanelle affidate alle suore, collocato da Minozzi nella sua Amatrice, presso l’ex monastero delle benedettine da lui acquistato, in attesa del primo orfanatrofio maschile, l’attuale complesso dell’Opera che ha al centro la chiesa dedicata all’Assunta nella cui cripta riposano le spoglie del servo di Dio.

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