A Rieti “Libera la Natura”. Don Luigi Ciotti: «lo sport è un ottimo strumento di pace»

Un parco. I bambini. Un testimone speciale. È stata una mattinata piena di gioia quella trascorsa in nome dello sport e del rispetto dell’ambiente al parco di via Liberato di Benedetto. Dopo aver toccato moltissime città d’Italia, la staffetta di “Libera la Natura” è arrivata anche a Rieti, insieme al suo fondatore don Luigi Ciotti: «tramite le nostre attività sui terreni confiscati alla mafia sono nati rapporti con il Corpo Forestale dello Stato e con il suo gruppo sportivo. Così abbiamo avuto l’idea di unire sport e natura. Promuoviamo una pratica sportiva fatta di semplicità che non esclude nessuno e serve a fare comunità. In questi anni, in Italia, migliaia di ragazzi sono stati resi protagonisti di un momento di sosta e riflessione, ma anche di gioco, sperimentando il bello di stare insieme in un’atmosfera di accoglienza reciproca».

L’evento a Rieti si è sviluppato in una mattinata molto intensa, piena di giovani che si sono passati in staffetta un testimone particolarmente caro a don Ciotti. È un legno dei barconi di Lampedusa, andati a fondo senza riuscire a raggiungere terra: «un testimone che ci invita a impegnarci di più, perché siano sempre di più le persone che prendono coscienza di questo problema. Le emozioni sono legittime, ma è inutile commuoversi vedendo quelle immagini tragiche: commuoversi senza muoversi non serve a nulla».

Era il 14 dicembre 1994 quando la stampa lanciò la notizia: «nasce Libera, cartello di associazioni contro le mafie». Don Luigi Ciotti raccolse l’adesione di trecento tra gruppi e associazioni. Ciascuna realtà con storia e identità proprie e diverse, ma tutte accomunate dalla consapevolezza che opporsi alle mafie è un compito politico, sociale, culturale ed etico che riguarda l’intera società civile: «Libera nacque dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, nella consapevolezza che quella violenza criminale non riguarda una sola regione, ma attraversa tutto il Paese. Era un’idea per mettere insieme tante forze, per diventare “una” forza, e così è stato: oggi siamo più di 1.600 associazioni nazionali, i progetti riguardano più di cinquemila scuole e la stragrande maggioranza delle facoltà universitarie».

L’educazione dei giovani, legata alla necessità di infondere loro il necessario senso civico e sociale, è uno degli intenti principali di don Luigi fin dai tempi del Gruppo Abele: «è la cultura che dà la sveglia alle coscienze, dobbiamo educare alla responsabilità. Il lavoro con le scuole è molto importante, è uno degli obiettivi di Libera oltre alla vicinanza alle vittime della mafia e del terrorismo».

Al momento della sua creazione, Libera lanciò una petizione popolare per raccogliere un milione di firme per ottenere la destinazione sociale dei beni confiscati ai mafiosi e ai corrotti. Un’iniziativa che ai tempi fece molto discutere: «si tratta spesso di terreni o cascine, luoghi di morte e di traffici illegali, che occorreva restituire alla collettività perché offrissero servizi alle persone. Ci siamo mossi per dare lavoro ai giovani: sono nate cooperative alle quali noi offriamo un marchio: è uno dei modi utili per liberare le persone dall’oppressione criminale della mafia».

Oggi don Luigi ha un occhio attento sulle discipline sportive: «lo sport è da sempre un ottimo strumento di pace: serve per socializzare, educare, responsabilizzare, unire, offrire occasioni di confronto. Più che mai abbiamo bisogno di questo. Quando ho cominciato 53 anni fa con il Gruppo Abele, nelle periferie di Torino, la nostra attività per salvare i giovani di strada era proprio lo sport. Se applicato nel modo giusto può fare davvero molto, purché gli allenatori siano anche educatori».

E poi l’ambiente, da rispettare, salvaguardare: «il vostro vescovo e Carlo Petrini mi hanno parlato dell’idea delle Comunità Laudato si’, un bellissimo modo per agire. Perché c’è bisogno di pregare, ma anche di fare. Occorre moltiplicare questa coscienza socio-ambientale, non possiamo stare a guardare, tutti dobbiamo fare la nostra parte, a partire dalle giovani generazioni».

Giovani annoiati, apatici, spenti, presi da sfiducia, apatia, rassegnazione: «sono i tre demoni che tentano i cristiani, come ha detto Papa Francesco nel giorno di apertura delle Ceneri. Non dobbiamo farci travolgere dalla sfiducia, occorre prendere atto delle cose e poi rimboccarsi le maniche, il cambiamento ha bisogno di noi, ci vuole uno scatto. Occorre fare una società con Dio, una società per azioni con il Padreterno, dove il pacchetto di maggioranza lo mette lui. Un cristiano deve affidarsi, mettersi in gioco, assumersi le proprie responsabilità».

Così anche i ragazzi, con gli occhi fissi sui cellulari, intenti a cercare informazioni veloci, «senza approfondire, senza sviluppare un senso critico». Ma l’appello di don Luigi Ciotti è rivolto principalmente ai genitori: «i ragazzi hanno bisogno di trovare dei punti di riferimento coerenti, credibili, devono trovare adulti non perfetti, ma che abbiano passione e facciano respirare la bellezza della vita nella consapevolezza che non è facile: devono essere accompagnati, non portati, è il mondo adulto che deve interrogarsi».

Cos’è la legalità per don Luigi Ciotti? «Sono molto critico su questa cosa. Non è in discussione ciò che rappresenta questa parola, ma come è stata usata: è diventata quasi una bandiera per quelli che fanno i furbi, che ce l’hanno quasi rubata. Parliamo di legalità a una condizione, che non resti solo una parola astratta, ma diventi una parola di vita: quella che spinge il lavoro, la famiglia. Perché prima della legalità c’è la responsabilità, perché in nome della legalità si sono fatte tante cose, anche ingiuste, si è calpestata la dignità delle persone. Il problema non è solo chi fa il male, ma quelli che lasciano che ti sia fatto del male, perché non c’è legalità senza uguaglianza».

Una vita sotto scorta quella di don Luigi, dopo le minacce di morte ricevute anche da Totò Riina che ritrovava in don Ciotti i tratti di don Puglisi, auspicando «la stessa fine». Paura? Non più del necessario. «A volte ho avuto momenti di disorientamento, ad esempio quando hanno sventato un mio attentato. Devo ringraziare i poliziotti, sono stati molto bravi, ma certamente mi sono posto il problema. Oggi tuttavia potrebbero uccidere una persona, ma non un movimento diventato così esteso, ormai a livello mondiale».

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