Anniversari

10 febbraio, memoria delle foibe. Ritrovare se stessi nel Giorno del Ricordo

Il viaggio di una giovane donna nell’Istria di oggi, cercando il bisnonno infoibato nel ’43, le sue radici e le ragioni di una brutalità inutile, senza colore e senza patria

Mercoledì 10 febbraio, dalle ore 11, nell’Aula dei Gruppi parlamentari di Montecitorio, si terranno le celebrazioni del Giorno del Ricordo, alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dei Presidenti di Camera, Roberto Fico, del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e del Presidente di FederEsuli, Giuseppe de Vergottini. Nel corso dell’evento – in diretta su Rai 1, a cura di Rai Parlamento, ma anche sul canale satellitare e sulla webtv della Camera dei Deputati – sarà trasmesso un video messaggio di saluto della Ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, dedicato alle scuole. La Giornata, finalizzata a conservare e a rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale, sarà anche l’occasione per premiare alcune classi vincitrici dell’XI Edizione del Concorso Nazionale “10 febbraio. Pola, addio!”, indetto come ogni anno dal Ministero dell’Istruzione e i rappresentanti delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

La giovane donna che parte per l’Istria alla ricerca della foiba in cui nel 1943 fu gettato Romeo Martini, bottegaio a Santa Domenica di Albona e proprietario di tredici case, è una che ha tutte le carte in regola: oltre alla nonna materna partigiana in Toscana, «avevo pure la tessera dei Giovani Comunisti, fumavo Diana Blu, leggevo “il manifesto”, ascoltavo le canzoni dei gruppetti nati nei centri sociali che invitavano a cavare gli occhi ai fascisti». Ma la storia della famiglia di suo padre, «misteriosa vicenda di cui nessuno osava parlare», non aveva mai smesso di scavarle dentro un vuoto che nemmeno dieci anni di analisi colmeranno mai. Così leggeva di nascosto sulle rare pagine di qualche quotidiano «storie di cui allora si cominciava a parlare», con l’eterna schermaglia tra chi narrava di persone ammazzate dai comunisti di Tito «solo perché italiane» e chi obiettava «anche perché fasciste». Vicende sepolte sotto decenni di oblio volontario, e gli unici a parlarne «erano i più scemi del mio liceo», quelli che in realtà «non sapevano niente» e «sembravano pronti a partire per riprendersi Fiume, quando non erano mai arrivati oltre il confine della provincia di Parma»… È così che lei, la ragazza di sinistra, sente un senso di intimità violata e scopre in sé un’appartenenza: quella storia è sua, Romeo Martini gettato dai titini nella foiba di Vines è suo bisnonno… Intanto «al circolo dei Giovani Comunisti dicevano che la storia delle foibe era “un’operazione revisionista tesa a rivalutare il fascismo”. Su una delle vecchie sedie in legno una mano aveva scritto: Una, dieci, cento foibe!».

Senza salutare nessuno, sottotitolo Un ritorno in Istria di Silvia Dai Pra’, edito da Laterza (pagine 160, euro 16), è il libro che mancava. Una sorta di romanzo-reportage scevro da ideologie e sincero oltre ogni limite nel perseguire l’unico obiettivo dell’autrice, capirci qualcosa oltre le fazioni, dipanare le vicende accadute tanti anni fa in quella regione d’Italia (poi di Jugoslavia, oggi di Croazia, un tempo d’Austria-Ungheria, prima ancora Repubblica di Venezia) in cui da secoli tutto è fluido, in cui la gente non si sposta eppure cambia nazione perché a spostarsi sono i confini e con questi mutano i cognomi (al cimitero, Rauni riposa accanto a Raunic, la signora Nacinovi con sua figlia Nacinovich, il signor Verbano a lato del fratello Verbanac), mutano i nomi dei paesini (Santa Domenica di Albona dopo l’8 settembre del ’43 si chiamò Sveta Nedelja, e Nedešcina sotto la Jugoslavia, quando «il comunismo spazzò via il peso della fede dalla toponomastica»), mutano i destini degli uomini. Che alla fine possono avere cognomi slavi ma sentimenti italiani e viceversa, perché le grafie originali si perdono nella notte dei tempi e nessuno sa più com’erano all’inizio.

Toccherà a Silvia, classe 1977, tornare a Santa Domenica di Albona per colmare i vuoti che si sono già divorati la psiche di suo padre e di sua nonna Iole, la figlia di Romeo: perché a 39 anni il suo bisnonno era precipitato in foiba, legato col fil di ferro al gomito di suo cognato Giacinto, nessuno dei due mai stato fascista? Qualcuno aveva visto? E qual era l’accusa? Infradito da turista ai piedi, marito e bimba al seguito, Silvia viaggia a ritroso nel cuore dell’Istria, chiede, investiga, ascolta, alla fine trova tutto: la casa che fu di sua nonna, chi la abita oggi, i vicini di allora che bisbigliano ricordi guardinghi, le lapidi nei cimiteri (quante cose raccontano le lapidi…), le stele con la stella rossa in cima, che in tutti i paesini dell’Istria ricordano le vittime del terrore nazifascista, ma chiamano eroi coloro che fecero massacri nel nome di Tito. Trova anche la foiba e si ferma sull’orlo, i piedi nel punto in cui Romeo posò i suoi prima di imboccare l’abisso, forse vivo, forse con un proiettile nella testa. Sono proprio i cumuli di proiettili a raccontare ancora oggi che le foibe furono il più feroce strumento di sterminio, non certo un luogo di sepoltura.

Non c’è retorica e non c’è pregiudizio nelle pagine di Silvia Dai Pra’, che con l’autoironia mitiga la severità del tema e nell’imbattersi nei personaggi trascina il lettore nel vortice delle sue emozioni. L’Istria dei turisti odierni, il paradiso di mare, pinete e vigneti, stride con un passato che lì è ancora presente nei silenzi imbarazzati di chi stenta a ricordare cose brutte, «da una parte e dall’altra». È in quell’Istria che l’autrice rimette insieme i pezzi: Romeo, come gli altri morti con lui, non aveva fatto niente, ma era italiano e poi era abbiente, nella sua bottega di alimentari faceva credito a chi non poteva pagare. Un generoso fino a poco prima, un «nemico del popolo» dopo il «ribaltòn». Insieme a lui furono arrestati in tanti, italiani ma non solo, gente con la tessera fascista ma non solo, chi era ricco ma anche povero, anche gli operai della miniera dell’Arsa, donne incinte e minorenni, persino Maria Cnappi, un’ostetrica colpevole del parto andato male a una donna slava. Anche Lelio Zustovich, segretario del partito comunista di Albona, già confinato dal fascismo a Lipari, fu rastrellato dai comunisti croati in quanto italiano, «il suo corpo non è mai stato trovato».

C’è ancora chi oggi ricorda bene l’aguzzino, Mate Stemberga, talmente sadico che i suoi lo definirono il mostro. È l’uomo che a una donna alla quale hanno appena ucciso i due figli punta la pistola alla tempia e la costringe a dire «sono felice che i miei figli siano morti». I partigiani italiani protestano, non possono prendere ordini da un criminale: saranno trucidati tra gli “italiani fascisti”. Al compagno Stemberga, eliminato dai suoi, è dedicata la stele dei “partigiani caduti per la libertà dell’Istria”. È lui l’assassino di Romeo, e Silvia siede davanti a casa sua, parla con i suoi nipoti. Si guardano negli occhi. Gli uni hanno i morti in Foiba, gli altri li hanno a Dachau. Questa era l’Istria, la cui popolazione civile dopo l’8 settembre era presa tra due fuochi, nazisti e comunisti. Il 16 ottobre del ’43, grazie al ritorno dei tedeschi, i vigili del fuoco di Pola si calano nella foiba di Vines e recuperarono i corpi, anche Romeo e Giacinto ancora legati col fil di ferro, e l’ostetrica, le donne incinte, i ragazzini (lo stesso 16 ottobre sempre i tedeschi deportavano dal ghetto di Roma 1.023 persone, ne torneranno 16…).

Se il nazismo esponeva i suoi cadaveri in una sorta di pornografia della morte, il comunismo li faceva sparire: era pietà o viltà?, si chiede l’autrice. «Forse il comunismo nascondeva i suoi morti perché non erano previsti alla radice come nel nazifascismo», perché il comunismo parlava di amore e di pace, nella teoria… «ma che pace può esserci quando dalla terra riemergono corpi smembrati di ostetriche e donne incinte?». Come «contestualizzare» la sorte di Albina Radecchi e delle sue sorelle, 17 anni, 19 e 21, usate per giorni come schiave del sesso dai partigiani di Tito e poi gettate in foiba, la maggiore incinta di otto mesi?

Dopo la morte di Romeo la famiglia di Silvia è fuggita con l’esodo, pensando «torneremo». Ma solo Romeo è rimasto: nato Martincich, morto Martini, sepolto senza nome nella tomba degli odierni Martincic. Questa è la storia di un popolo il cui dolore «è un buco di cui tanti cercarono di appropriarsi ma che in pochi conoscono veramente».

da avvenire.it

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