Presentato il libro sui caduti nel sisma del 24 agosto. Il vescovo: «La memoria è il terreno per la ricostruzione»

Diffuse le prime 500 copie del libro edito dalla Chiesa di Rieti per raccogliere e conservare le tracce biografiche dei 248 caduti nel sisma del 24 agosto

«Ero io quella che vi telefonava, che ha girato in questi territori in cerca delle storie dei vostri parenti: vi chiedo innanzitutto scusa per essere entrata nelle vostre vite in questa maniera». È muovendosi in punta di piedi anche durante la presentazione che Sabrina Vecchi, affiancata dal vescovo Domenico, ha raccontato l’indagine condotta per Gocce di Memoria. Il libro edito dalla Chiesa di Rieti per raccogliere e conservare le tracce biografiche dei 248 caduti sul territorio della diocesi nel sisma del 24 agosto è stato diffuso in 500 copie ieri pomeriggio nella mensa della frazione di Torrita.

Una tensostruttura appena sufficiente a contenere i parenti delle vittime e tanti tra i sopravvissuti a quella tragica notte. È a loro che mons Pompili ha spiegato il senso dell’operazione: «Siamo qui a far memoria perché ricordare è vitale. Purché non si intenda la memoria come una nostalgia che blocca, ma come una presenza che incoraggia».

Più che nostalgica, la Spoon River di Accumoli e Amatrice è infatti «nostalgiosa», per dirla con un neologismo di papa Francesco, è cioè un terreno da esplorare, un campo di ricerca. Ed è utile tanto più ci porta lontano dall’ossessione “economicista” dei nostri anni. «La memoria dei morti è gratis per definizione – ha spiegato il vescovo dopo aver letto il lungo elenco dei nomi dei morti – non c’è possibilità di trarne vantaggi immediati». E forse proprio per questo il lutto dura sempre meno, scompare dall’orizzonte: «la censura sulla morte dei nostri giorni non è solo una strategia giovanilista, ma l’effetto di un’implacabile legge economica: a ricordare non ci si guadagna niente. E poiché si fa solo quello che produce un ritorno, la memoria scompare».

Implicito nelle Gocce di Memoria raccolte da Sabrina Vecchi c’è allora l’invito a prendere sul serio la morte, a fare i conti con il fatto che «solo ciò che muore vive», perché a partire da questo si possa tutti a trovare «un terreno comune di comprensione, al di là di una società post-mortale che sta forse proprio per questo incamminandosi verso la denatalità».

In questa direzione, la condivisione del ricordo compone il terreno comune della ricostruzione, dello sguardo al futuro: «io li conoscevo, ci sono tanti nostri amici in quel libro» dice uno dei sopravvissuti al disastro. «In questo momento rifacciamo i conti con tutto il nostro vuoto» avverte una seconda testimone: «non possiamo pensare alla ricostruzione se non pensiamo al meglio per quelli che non ci sono più».

«Penso che questo libro sia importante perché questo è il momento più difficile per le nostre comunità. Si corre il rischio che l’individualismo cui faccia scordare della grande fortuna che abbiamo nell’essere vivi. Questo libro sarà fondamentale non solo per il ricordo, ma per farci capire che quando pensiamo solo a noi stessi facciamo una grande stupidaggine. Tanto più stiamo in difficoltà, tanto più dobbiamo fare buone azioni».

Ogni persona che ha perso il proprio caro sa la sua storia. Il libro si propone come strumento indispensabile perché queste storie divengano storie di tutti, andando a costituire la terraferma di una lenta e invisibile ricostruzione dei cuori, operazione delicata e ineludibile se si vuole contrastare lo spopolamento di Accumoli e Amatrice.

Foto di Samuele Paolucci e Redazione Frontiera

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