Chiesa di Rieti

Via Crucis: «La croce resta salda mentre il mondo gira»

Il giorno del Venerdì Santo ha visto il vescovo Domenico percorrere in solitaria l'itinerario della Via Crucis in quel che è rimasto della distrutta Amatrice

Un pietoso rito svolto là dove è oggi un deserto: la Via Crucis che il vescovo in solitaria ha compiuto venerdì pomeriggio in quel che è rimasto della distrutta Amatrice. Trasmessa su Tv 2000, ha richiamato quello stesso pio esercizio che, nel Venerdì Santo 2017, prima celebrazione pasquale dopo il terremoto, le telecamere dell’emittente cattolica diffusero dalla “zona rossa”, col cammino della croce attraverso le macerie. Allora monsignor Pompili era accompagnato da diverse altre persone. Stavolta, con l’emergenza in corso, era solo, con quella croce, ad attraversare quella terra divenuta ormai «come un deserto, simbolo di ciò che causano il terremoto e l’epidemia», come detto nell’introduzione al rito che ha voluto in qualche modo mettere insieme «due vie crucis: quella del terremoto e quella della pandemia che per i nostri luoghi, oltre ai disagi comuni a tutta l’Italia, significano anche il blocco di quei pochi cantieri aperti. E, così, sembrano spegnersi quelle flebili luci di speranza che avevamo accese».

Si è scelto così di pregare nella consapevolezza che «“il Venerdì Santo di questa terra” non è mai terminato. Di conseguenza, oltre le promesse o “profezie”, non si vede, ancora, la luce della risurrezione» e dunque celebrare qui tale rito ha voluto dire «introdurre il Crocifisso nella ferita già aperta di questa terra».

Le stazioni erano collocate in quella stessa via di Amatrice dove ora le macerie sono state in gran parte portate via ed è rimasto un desolante vuoto, iniziando il percorso dinanzi a un luogo particolarmente emblematico, e cioè quel che resta della chiesa parrocchiale di Sant’Agostino, con la facciata semidistrutta imbragata dalle impalcature. In comunione di preghiera, gli ascoltatori hanno seguito le meditazioni scritte da don Stanislao Puzio, responsabile della vicina parrocchia di Accumoli.

La croce portata dal vescovo ha lambito anche le Sae in cui ora sono letteralmente rinchiusi gli amatriciani. Quelle “casette” che, ha detto Pompili nel pensiero conclusivo, «al tempo del coronavirus, stanno diventando ancora più piccole e insostenibili». Ed è arrivata, alla fine, la croce, «fino al nuovo campus scolastico che è quasi un presagio di rinascita per tutto l’altopiano amatriciano». Una croce, ha tenuto a dire monsignore, «che affratella perché questa situazione di dolore avvicina le persone e fa riconoscere chi siamo, a prescindere dal censo, dalla condizione sociale, dall’orientamento politico o religioso. Una croce che connette perché si scopre che c’è una correlazione stretta non solo tra noi umani, ma anche con l’ambiente naturale entro cui siamo immersi, come pesci nell’acqua. Una croce che abbraccia perché abbiamo imparato e siamo diventati più umani quando ci siamo chinati sul dolore altrui».

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *