Verso l’Incontro pastorale: Confessare. Il messaggio di fede dei martiri

Il terzo verbo, confessare, non evoca soltanto il sacramento della riconciliazione ma descrive e definisce i confessori della fede, i testimoni che, affrontando il martirio, hanno dimostrato la loro fedeltà a Cristo ed alla Chiesa: non più e non solo i cristiani delle catacombe, non più e non solo i missionari in terre esotiche e remote, esposti alla violenza dei selvaggi più restii ad accogliere l’evangelizzazione, ma sacerdoti e religiosi che vivono nelle nostre città, scomoda coscienza critica per le mafie che inquinano la quotidianità, oppure fatti segno alla radicale follia del Daesh, come ammonisce la cronaca angosciante di questi giorni.

Ai fotogrammi che affollano i network narrando i drammi di oggi, la tradizione iconografica del passato corrisponde attraverso modalità evocative di non minore impatto visivo ed emotivo, ideata e praticata a sostegno della Chiesa che sceglie per i celebranti il rosso delle vesti liturgiche, segno e simbolo dell’effusione di sangue, nella ricorrenza del dies natalis di un martire, confessore della fede.

Le tre corone sospese sul capo, la palma del martirio offerta dagli angeli o stretta in pugno, levata a benedire, sono gli elementi che associano tanti Santi nella condizione del martirio che pose fine alla loro esperienza terrena. Frequentemente, la narrazione delle circostanze della morte che spalanca le porte del cielo prende forma nell’ispirazione degli artisti che non si discostano dal dettato dei Vangeli e delle passiones.

Le belle tele di Lattanzio Niccoli e di Giulio Altobelli che decorano le pareti laterali della cappella di San Carlo Borromeo in cattedrale tratteggiano così le ultime vicende di Santo Stefano il protomartire e di San Lorenzo, che subì la tortura del fuoco senza per questo rinnegare la fede. Ma è soprattutto la tela dell’altare maggiore della chiesa confraternale di San Pietro Martire, realizzata da Vincenzo Manenti negli anni Trenta del XVII secolo, a rivelare i suoi caratteri più originali. Il frate domenicano Pietro da Verona morì nel 1252 nel bosco di Barlassina, aggredito da un gruppo di catari nei confronti dei quali aveva esercitato con inflessibile rigore il suo mandato di inquisitore nella Provincia Lombarda.

Il pittore che dominò la scena dell’arte reatina e sabina per buona parte del Seicento escogitò un modo efficace e singolare per connotare gli eretici, difficilmente riconoscibili dai loro tratti fisici, abbigliandoli alla foggia d’Oriente: in questo modo, riuscì a far comprendere il messaggio di fede testimoniato mediante il martirio a tutti i fedeli e soprattutto ai committenti, i mercanti reatini associati nella confraternita intitolata al Santo domenicano.

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