Un “Rifugiato a casa mia”: la diocesi chiama ad accogliere

Mentre il sistema nazionale di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e rifugiati mostra diverse criticità sia in riferimento alla capienza che alla qualità dell’accoglienza, la diocesi di Rieti, attraverso la Caritas, raccoglie l’idea di un approccio innovativo attraverso il coinvolgimento della comunità cristiana.

In origine c’è l’appello del Papa dello scorso settembre nel quale invitava tutte le realtà ecclesiali ad ospitare un rifugiato. Il vescovo Domenico ha risposto subito ed ha messo a disposizione un immobile della diocesi di Rieti. La scelta è caduta su un appartamento: ospiterà cinque ragazzi che hanno già avviato un percorso di inserimento e integrazione, ma che non hanno ancora raggiunto l’autonomia economica e di conseguenza hanno bisogno di aiuto. Un progetto di integrazione che in questi giorni si sta preparando ad una “fase due”.

È Antonella Liorni del progetto Sprar gestito dalla Caritas diocesana a introdurci a “Rifugiato a casa mia”, un progetto in via di partenza che andrà a coinvolgere la comunità cristiana di Rieti.

Come è stato pensato questo percorso?

Il punto è che spesso si pensa l’accoglienza come una attività specialistica, da “addetto ai lavori”. Un atteggiamento che il progetto intende superare coinvolgendo nel percorso dell’accoglienza e della carità tutta la comunità cristiana. L’idea è quella di avere delle famiglie che insieme ai parroci rimangono vicino a questi ragazzi nel loro percorso di vita, attraverso gesti semplici, invitandone uno o due a pranzo o a cena, a condividere una pizza, a giocare una partita di calcio e così via. Dal punto di vista materiale il progetto non costa nulla alle famiglie. Ma l’esperienza può diventare un arricchimento per tutti.

Si direbbe che lo scopo sia quello di tirare fuori i rifugiati da una certa condizione di isolamento…

È così. Mettere a disposizione case e soldi non basta. Bisogna riscoprire il senso dell’essere Chiesa, comunità attraverso una esperienza di carità. Da un certo punto di vista sarà un’azione pedagogica: non solo fare carità, ma anche educare alla carità. Un approccio che la Diocesi cercherà di agevolare al massimo facendosi carico delle spese e lasciando alla Caritas la risoluzione di tutti gli aspetti tecnici e di coordinamento sul campo.

Si tratta comunque di persone che sono già state introdotte nella realtà locale.

Naturalmente. Quando Papa Francesco ha invitato a compiere questo cammino non pensava certo a prendere le persone appena sbarcate da Lampedusa. Lì c’è bisogno di altro: si tratta di persone che non parlano la lingua italiana, che debbono ricevere un riconoscimento legale, che vanno introdotte alla società italiana. Non si può certo pensare di chiedere alle famiglie di fornire la prima accoglienza!

Quello delle migrazioni e dei rifugiati viene spesso rappresentato come un problema enorme e insuperabile. È interessante il contrasto suscitato dal progetto “Rifugiato a casa mia”: propone un approccio piccolo, una soluzione sulla scala della convivialità!

In effetti è come se le famiglie fossero invitate ad avere un amico in più, che una domenica ogni tanto si invita a pranzo, a fare una passeggiata o una chiacchierata. L’invito è a conoscersi, a entrare in contatto, a fare esperienza dell’altro. E sono incontri che davvero aprono il cuore. Sui media i rifugiati appaiono sempre in massa, come un problema monolitico. Noi proponiamo un approccio che parta dalle persone, dalle loro storie, da un contatto diretto che mette in rapporto con l’altro. Uno alla volta.

Il progetto sembra voler superare anche un altro luogo comune, quello che vuole l’integrazione come un processo a senso unico, in cui sono sempre gli “altri” ad integrarsi.

Il fatto è che occorre superare la divisione fra un “noi” e un “loro”. L’integrazione si fa in due. Anzi, in tanti: tra gli scopi di “Rifugiato a casa mia” c’è anche quello di arricchire la rete di contatti di questi speciali ospiti della diocesi. Il progetto dura sei mesi e la speranza è che conoscendosi, parlando, venga fuori anche qualche concreta possibilità di lavoro. Il nucleo del progetto sta proprio nell’assegnare centralità alla famiglia, concepita come luogo fisico e insieme sistema di relazioni in grado di supportare il processo di inclusione, al fine di portarlo a compimento, aiutanto il rifugiato a raggiungimento di quel grado di autonomia che gli può consentire di emanciparsi dalle forme di aiuto istituzionale o informale poste in essere dal terzo settore.

La rete delle parrocchie coordinata da Caritas sembra un ottimo strumento per raggiungere il risultato…

Il vescovo Domenico conta molto sulla sensibilità dei parroci. Sono sempre molto vicini alla realtà delle famiglie e sapranno certamente orientare i fedeli nella giusta direzione.

Rispondi