UE: i politici alla prova

L’Ue, scossa dalla crisi, ritroverà un giusto rapporto con la finanza e l’economia?

I cinque anni di crisi economica che abbiamo già attraversato hanno attirato l’attenzione su due questioni su due diversi versanti, che sono alla base di complessi, interminabili e spesso urgenti dibattiti sulle politiche specifiche da adottare. Anche se le domande sembrano semplici, le risposte sono ben lontane dall’esserlo. Come il settore finanziario e il settore bancario si mettono in relazione con la “economia reale”? Come dovrebbero farlo? Come questa economia reale si relaziona a sua volta col bene comune? Come dovrebbe farlo?

Queste domande sulla giusta relazione tra il settore della finanza, l’insieme dell’economia e le responsabilità politiche continueranno a riecheggiare negli anni a venire. I commentatori parlano di un cerchio infernale, nella misura in cui i governi si indebitano soprattutto per salvare il sistema bancario, ritrovandosi spesso ad affrontare tassi d’interesse vertiginosi. Le politiche “ortodosse” in materia di crescita si appoggiano sulle finanze pubbliche e nuovi debiti non possono riassestare l’indebitamento: ciò vuol dire che non esiste un modo facile e veloce di risolvere la crisi.

Secondo la Banca dei regolamenti internazionali (Bri), le Banche centrali hanno adottato delle misure eccezionali per evitare il tracollo finanziario. La Bri continua facendo giustamente osservare che le Banche centrali non possono assicurare una crescita economica duratura facendo appello unicamente alla politica monetaria. Potremmo aggiungere quello che la Bri non dice, ovvero che le Banche centrali sono ancor meno capaci di raggiungere la crescita là dove essa è più necessaria. I politici non possono delegare ai banchieri ciò che è di loro propria competenza.

Tuttavia di recente i politici hanno davvero dato prova di energia elaborando due risposte fondamentali alla crisi.

A giugno il Consiglio dell’Ue ha deciso di fare dell’insieme delle norme internazionali, conosciute sotto il nome di Basilea III, una legislazione dell’Unione europea. Così facendo, l’Unione adotta le misure appoggiate nel 2010 dai leader del G20. Ma mentre gli accordi di Basilea riguardano circa 120 “banche attive sul piano internazionale”, la legislazione prevista sarà applicata a 8.300 banche europee. L’ambizione di controllare l’irresponsabilità disastrosa del settore finanziario e di correggere le carenze regolamentari precedenti è decisamente ammirevole; ma è lecito domandarsi se la capacità della Banca centrale europea (Bce) può essere rafforzata in tempi utili (prima della fine del 2014) e se essa può sostenere questo fardello regolamentare. Chi controllerà la Bce?

Poco prima del summit dell’Unione europea, i 27 ministri dell’economia hanno approvato un insieme di procedure radicalmente revisionate per venire in soccorso delle banche. Le cifre in gioco sono spaventose. Tra il 2008 e il 2011, l’Unione europea ha speso l’equivalente di un terzo di tutta la sua produzione economica per salvare le sue banche. Le nuove regole sui salvataggi, che devono ancora essere dibattute in Parlamento, entreranno in vigore solo nel 2018; abbiamo dunque davanti noi ancora diversi anni di profonda incertezza.

A dispetto delle critiche, a volte giustificate, sulla fragilità degli accordi notturni raggiunti da politici esausti e con interessi nazionali divergenti, è impossibile immaginare soluzioni fondamentali di questo tipo – la cui portata supera l’Eurozona per interessare tutti gli Stati membri. Senza la struttura delle istituzioni politiche dell’Unione europea.

La crisi economica dell’Europa non sarà facilmente superabile: è una sfida che metterà alla prova i politici irrobustendone la vocazione.

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