Un reliquiario di scuola veneta nel cuore dell’Italia di mezzo

La pisside in cristallo di rocca del Museo dei beni ecclesiastici della Diocesi di Rieti

Il percorso espositivo del Museo dei Beni Ecclesiastici della Diocesi di Rieti, organismo diocesano costituito da S.E. monsignor Delio Lucarelli nel 2005, riprende l’esperienza ed ampia gli spazi individuati già alla metà del XX secolo dai Vescovi Monsignor Raffaele Baratta e Monsignor Nicola Cavanna, allestiti nel 1974 dal Vescovo di quel tempo, S. E. monsignor Dino Trabalzini che, coadiuvato da Luisa Mortari, destinò l’aula del battistero di San Giovanni in Fonte ad ospitare il Museo del Tesoro del Duomo.

Reliquiario MD RietiLa Mostra delle opere d’arte in Sabina, nel 1957, aveva acceso l’interesse e sollecitato l’intervento degli Enti locali a sostegno dell’iniziativa, volta allo studio ed alla tutela del patrimonio artistico il cui nucleo più cospicuo apparteneva alla Cattedrale.

Per questo, come esplicitamente affermava la curatrice dell’allestimento e del catalogo, il museo assumeva allora il nome di Tesoro del Duomo di Rieti.

Molto tempo è trascorso da allora: la museologia ha dettato nuove regole per la conservazione e l’esposizione delle opere d’arte, nuove sensibilità si sono affacciate, nuove esigenze hanno richiesto il riassetto e l’ampliamento della sede museale.

In particolare le oreficerie, un tempo raggruppate in due piccole nicchie della controfacciata del battistero, hanno trovato una più decorosa e sicura collocazione nelle sagrestie della basilica inferiore.

Fra queste, un nucleo di oggetti eterogeneo per la provenienza, affine per l’ epoca e l’eccellenza di realizzazione: le croci astili della cattedrale di Rieti e della chiesa parrocchiale di Antrodoco, espressioni significative della cultura orafa dell’Italia appenninica solcata dal confine fra il Patrimonio di San Pietro ed il Regno napoletano, le pissidi/reliquiario magiare donate al vescovo Domenico Lutani Camisati nunzio apostolico alla corte di Mattia Corvino, la stauroteca di ascendenza franco-tedesca, il busto del Santo Cistercense Balduino, fondatore dell’abbazia di San Pietro de Monticulo.

Merita di essere annoverata in questo gruppo una pisside in cristallo di rocca, argento e lega metallica dorata lavorato a sbalzo e cesello, impreziosita da oculi in smalto, di provenienza veneta stilisticamente databile alla seconda metà del XV secolo.

Lo stemma del casato romano dei Colonna, che dette due vescovi alla Diocesi di Rieti, è riportato in una pastiglia di smalto inclusa su uno dei sei spicchi del peduccio della base mistilinea del reliquiario.

Il raffinato oggetto d’arte sacra deve il suo pregio all’eleganza delle forme, alla sicura abilità dell’orafo artefice dell’ideazione e della realizzazione piuttosto che al valore intrinseco ai materiali: cristallo di rocca, lega metallica, smalti policromi ben armonizzati, lavorati con gusto e perizia.

Dell’autore del manufatto non conosciamo altro che la cifra SP, intrecciata in forma di chiave come sigillo e marchio identificativo della bottega: solo così possiamo interpretare la sigla SP come marchio d’autore, la chiave come probabile emblema parlante del laboratorio dove il reliquiario fu prodotto.

Pur mancando i punzoni identificativi del sazador e del toccador, oltre al leone di San Marco che pure la legislazione della Repubblica fin dal 1335 imponeva a certificazione dell’autenticità degli oggetti in argento e leghe di pregio, rimane persuasiva l’analisi formale compiuta da Luisa Mortari curatrice oltre mezzo secolo fa della Mostra delle opere d’arte in Sabina che consegna la pisside reliquiario all’area della cultura materiale veneta.
La pisside poggia su una base dal profilo mistilineo divisa in sei parti grazie ad una gradevole alternanza di forme.

Le parti curve, tondeggianti, sono impreziosite dagli oculi in smalto policromo, raffiguranti Santi incorniciati da un serto fitomorfo che si sviluppa dal fusto.

Le parti ortogonali marcano la scansione degli spicchi con le sottili, rigide nervature di ramoscelli d’edera eradicati.

Il fusto, anch’esso a sezione esagonale, è decorato da sottili losanghe, interrotto da un nodo a stella i cui bracci si concludono in sei delicati quadrifogli in smalto che replicano sapientemente il gioco delle varianti di colore.

La teca in cristallo di rocca, sostenuta da un’orlatura in argento decorata da palmette, replicata sul bordo superiore su cui poggia il cupolino del coperchio, contiene l’involto scarlatto delle reliquie, legata da un sottile nastro serico serrato dal sigillo di un prelato che lo stato precario di conservazione della ceralacca non consente più di identificare.

Ma siamo certi di trovarci di fronte ad uno degli oggetti più originali fra i numerosi, preziosi pezzi del Museo dei Beni Ecclesiastici reatino, significativa testimonianza dei contatti diplomatici, degli scambi commerciali, delle contaminazioni culturali secolarmente avvenuti nell’alveo di un territorio segnato da una singolare condizione: la diocesi di Rieti era infatti unita in spiritualibus, ma attraversata in temporalibus dalla frontiera fra il Patrimonio di San Pietro ed il Regno napoletano, a cui per ben due terzi era assoggettata.

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