“Migranti”: quindici storie raccontate dal reatino Domenico Di Cesare

Il dramma dei migranti è sotto gli occhi di tutti, nel nostro paese come nel mondo intero. Ma quanti conoscono, nei particolari, le storie di vita delle centinaia di migliaia di persone costrette e fuggire dai loro paesi per i motivi più disparati? Forse, per le nostre coscienze borghesi e finto – tolleranti, è più comodo far “di tutt’erba un fascio” e liquidare la faccenda in modo generico, così da limitare l’impatto su coscienze oramai anestetizzate – se non addirittura compromesse – dalla cosiddetta “società liquida”.

A risvegliarle, in un ammirevole sussulto di sensibilità sociale ed amore per la verità, ci ha pensato lo scrittore reatino Domenico Di Cesare, autore del libro lapidariamente intitolato “Migranti”. Il lavoro svolto, oltre a una poesia di Riccardo Grifoni (Migranti), a uno scritto di Erri De Luca (Spostamenti), a una postfazione di Luciana Castellina e a un’ampia introduzione dell‘autore, raccoglie quindici interviste a migranti. L’idea del progetto nasce a seguito dei molti episodi di intolleranza verso i richiedenti asilo, in special modo quelli dal colore ‘altro’ della pelle.

«Narrare la loro vita – afferma Di Cesare – vuole condurre a una più meditata e cosciente sensibilizzazione dell’opinione pubblica, mettendo in evidenza che l’essere umano è tale, indipendentemente dal colore della pelle». Non solo la classica idea di razzismo, al centro del viaggio dell’autore reatino attraverso le vite di quindici “perseguitati” a vario titolo.

Molti, difatti, fuggono dal proprio paese per il loro diverso orientamento sessuale perché rifiutati dalle famiglie d’origine, condannati dalle religioni, perseguitati dai governi.

Così per Fadi, condannato a morte in Siria per la sua omosessualità, o per Jasmine, camerunese divenuta presidente di Migrabo.

O ancora Sajad, afgano, rifiutato dalla propria famiglia per la propria “diversità”. Storie drammatiche, poi, quelle di giovani ragazzi e donne che hanno perso i propri cari in assurde faide tribali. Così per “Fuoco amaro”, la storia di Aboubakari, ragazzo del Mali fuggito da un piccolo villaggio dove, per un regolamento di conti, sua madre e la sua sorellina sono state bruciate vive. O, ancora, “Un giovane punk alla moda”, l’intervista ad Omar, giovane della Guinea fuggito dalla sua terra a quindici anni dove in un combattimento tribale padre e fratello sono stati sgozzati.

E poi quelle di tutti gli altri, nessuna più o meno meritevole delle altre di interesse ed attenzione: tutte, nessuna esclusa, in grado di sollecitare nel profondo una necessaria riflessione sulle atrocità che milioni di persone, nei posti più disparati del globo, sono costrette a subire nell’indifferenza (se non la complicità) dei paesi ricchi ed opulenti. Un testo che aiuta ad avere una prospettiva diversa nei confronti di coloro che, drammaticamente, sono costretti a fuggire dalle loro terre; ad evitare i soliti luoghi comuni; a ripensare quei giudizi beceri e trancianti che certa morale spicciola e campanilista, tutta ripiegata sul proprio interesse, porta spesso ad esprimere.

Significative le collaborazioni che Di Cesare, nei suoi ringraziamenti, riporta. I collaboratori nelle interviste, come tante altre persone che hanno dato il loro prezioso contributo affinché questo coraggioso progetto potesse vedere la luce. Tra le associazioni Agorà Rieti, Levante Cittaducale, Migrabo Bologna, Arci Rieti e Progetto “Sprar Caritas” Rieti, con particolare ringraziamenti ad Arber Behari, Francesca Dinelli, Antonella Liorni e don Fabrizio Borrello, direttore della “Caritas” Diocesana.

Rispondi