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Le parole logore e la buona notizia

Centro storico, acqua, Terminillo, Valle Santa. Le parole che ci stanno a cuore sembrano consumate, stanche, poco credibili. La città resta come bloccata dai conflitti, mentre le "unità d'intenti" rischiano di suonare come assoluzioni collettive

È bello poter leggere buone notizie. Ad esempio che durante l’incontro alla Paroniana con il prof. Francesco Sabatini, la sala non è riuscita a contenere tutte le persone interessante. Che ci sia curiosità per la lingua italiana e le sue evoluzioni nel tempo conforta: non tanto perché il linguaggio pubblico è in evidente peggioramento, ma perché è il segno di una città che non rinuncia a pensare. È vero, infatti, quello che diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa: «chi parla male, pensa male». Un linguaggio sorvegliato e consapevole, è dunque d’aiuto quale che sia l’impresa da compiere. Naturalmente a patto che non ci si fermi alle parole, che lasciate a se stesse si svuotano velocemente di senso.

In questi anni è successo tante volte. Certe frasi, pronunciate fino allo sfinimento, oggi risultano consumate, stanche, retoriche. Pensiamo a “Centro storico”: è sulla bocca di tutti, ma sembra non ci vada più nessuno. A nominarlo mentre si svuota di persone e servizi suscita nostalgie del tempo che fu, ma quasi nessuno sembra in grado di mettere a fuoco quale possa essere la sua vocazione in anni che vedono Amazon crescere e il motore a scoppio declinare.

Anche altre parole chiave hanno subìto un destino simile. Di “Acqua” ad esempio abbiamo parlato in abbondanza, ma forse non ne abbiamo cavato quanto potevamo. E a poco a poco la parola che significa la risorsa più preziosa è diventata una sorgente di polemica e automatico risentimento, un sinonimo di sconfitta e indebito sfruttamento. Come “Terminillo” o “Nucleo industriale”, che oramai lasciano in bocca il sapore dell’occasione costantemente mancata o definitivamente perduta.

O ancora “Valle Santa”, che quasi non evoca più la spiritualità unica del nostro territorio, snaturata com’è dal desidero malriuscito di farne un volano turistico. Un tentativo inconcludente, perché povero di consapevolezza non sa cogliere la sostanza di quel che ha da offrire.

Nessuna delle parole che ci stanno a cuore, insomma, sembra esentata dal logoramento e una maggiore cura sembra necessaria. Il rimedio principale consistebbe nel tenere insieme le parole e le cose, associando i discorsi ai fatti, facendone abitudine e stile di vita.

Si potrebbe iniziare da “Unità d’intenti”: una formula che ultimamente gode di un certo successo e torna spesso nei discorsi. Ma anche questa espressione è più che consumata. È stata richiamata in ogni crisi, in ogni tavolo per lo sviluppo, in ogni campagna elettorale. Nei fatti, però, non s’è mai vista, o almeno finora non ha mai funzionato. Forse perché, a ben vedere, uniti-uniti non lo siamo stati mai. Qualche matrimonio per interesse ci sarà pure stato, ma il più delle volte gli interessi sono divergenti e le società fondate con questo spirito durano poco per forza di cose.

Scoperto inefficace il pretesto mercantile, è allora utile capire cosa possa tenere insieme i soggetti diversi e conflittuali che abitano la città. Una strada è quella di puntare su ciò che si ha in comune a dispetto di ciò che separa. Si può ancora decidere di stare insieme sapendo che gli obbiettivi non sono mai conquistati una volta per tutte, che le contraddizioni bisogna superarle mettendosi in gioco, cercando ciò che nell’altro arricchisce.

“Insieme” non è una parola facile, e neppure pacifica. Michela Murgia, sul primo numero della nuova serie de «L’Espresso», l’ha proposta come primo lemma di un vocabolario ideale. Non senza disagio, perché «Insieme è comunità, ma anche branco». La scrittrice ha quindi avvertito il lettore di quanto spesso “agire insieme” risulti fin troppo assolutorio: «se lo fanno tutti non sei stato l’unico, quindi anche se hai sbagliato hai sbagliato con gli altri». Nel gruppo si scambia la coscienza personale con l’assoluzione collettiva.

Difficile dire se è stato questo meccanismo a inceppare i tavoli, i buoni propositi, le alleanze viste fino a ieri. Inutile fare l’elenco: conta solo sapere che nessuno si salva da solo. E se dobbiamo farcela insieme, l’unica strada è quella della partecipazione, della responsabilità condivisa perché appartiene ad ognuno.
In questo, a conti fatti, si differenziano le comunità dai gruppi tenuti assieme con lo spago.

 

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