L’Avvento, guardando ai nostri giorni

Cerchiamo di attualizzare la storia, quando si ha a che fare con la Parola di Dio che è “viva ed eterna” (1 Pt 1,23). Proviamo, cioè, a vedere in che misura le cose accadute al tempo della nascita terrena di Gesù sono istruttive anche per la Chiesa di oggi, senza, tuttavia, pretendere di poter spiegare la complessa realtà dei nostri giorni.

Noi non aspettiamo più, come quei “pii e timorati di Dio”, perché la redenzione d’Israele si è perfettamente compiuta. Colui che doveva venire è venuto e non se ne può aspettare un altro (Mt 11,3; Lc 7,19). Eppure anche noi aspettiamo qualcosa; ogni epoca aspetta una nuova “visita di Dio”. Dice una preghiera liturgica dell’Avvento: “Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, noi aspettiamo, o Padre, la nostra redenzione”. Tale attesa assume un carattere più intenso in questa specie di “avvento” più lungo che è la nostra vita. Aspettiamo tutti, nella Chiesa, un rinnovamento spirituale, la realizzazione piena della nuova Pentecoste auspicata dal Concilio Vaticano II.

Anche oggi, si profilano diversi atteggiamenti, mentalità, schieramenti di opinione che somigliano, in parte, a quelli che esistevano al tempo della prima venuta del Salvatore. Sono archetipi di mentalità religiose che si ritrovano, sotto forme diverse, in quasi tutte le situazioni storiche. La tendenza “sadducea” è quella che spinge verso una secolarizzazione più radicale e a un’intesa piena, quasi senza riserve, con il mondo e la cultura del mondo. Essa identifica la salvezza con il progresso, non però con il progresso della fede, perché è pronta ad attenuare l’unicità del messaggio cristiano per un’intesa più ampia con tutti. La tendenza che richiama quella dei “farisei” attribuisce un’importanza capitale alle forme esterne della religiosità e ai riti tradizionali; ma non intende per tradizione la perenne e vivente “Tradizione” della Chiesa che risale agli Apostoli, ma piuttosto piccole e riformabili tradizioni umane; difende le proprie preferenze ideologiche e politiche. La mentalità da “Esseni” è impersonata da coloro che si isolano, formando gruppi religiosi chiusi in se stessi. Non hanno il cuore aperto alla salvezza di tutti, anche degli avversari. Infine, c’è anche oggi, il partito degli “Zeloti”, cioè di coloro che pensano di dover ricorrere alla violenza e alla rivoluzione, nel ritenere che ci sia un rapporto diretto tra la loro azione e la salvezza di Dio.

Queste tendenze possono anche avere dei valori positivi e, del resto, ben pochi, credo, possono ritenersi del tutto immuni da qualcuno dei tratti negativi messi in luce. Ma non è questa la cosa importante. Ciò che importa è che i “Vangeli dell’Infanzia” ci prospettano un modello e un atteggiamento diversi da ogni altro: quello dei pii e umili di cuore che aspettavano la redenzione d’Israele e l’aspettavano soprattutto da Dio. Trasferiamo in noi le loro virtù, impregnandoci del loro spirito, specie nel tempo di Avvento in cui la Liturgia ce li pone continuamente davanti agli occhi, ma anche nel resto dell’anno, dal momento che possiamo ripetere ogni giorno (nella Liturgia delle Ore) le loro preghiere: il Magnificat, il Benedictus, il Nunc dimittis.

(da: I misteri di Cristo nella vita della Chiesa)

Per gentile concessione della casa editrice Ancora.

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