Chiesa di Rieti

L’addio al vescovo Lorenzo, «riferimento affidabile e comprensivo»

Commozione e grande partecipazione per l'ultimo saluto a monsignor Lorenzo Chiarinelli. «Emanava un senso di serenità e di pienezza che lasciava intuire qualcosa delle sue persuasioni più profonde», ha detto il vescovo Domenico nell'omelia

«Celebrare sul sagrato della Cattedrale – dice visibilmente commosso il vescovo Domenico – la Basilica nella quale monsignor Chiarinelli fu ordinato prima diacono, poi presbitero e quindi vescovo – non è solo dettata dalla normativa anti-Covid, ma è pure un modo per ridire l’apertura della chiesa sulla piazza che è stata una costante preoccupazione del vescovo Lorenzo».

Le sedie rosse posizionate ad opportuna distanza su piazza Cesare Battisti non bastano per far accomodare quanti hanno deciso di rendere l’ultimo omaggio a monsignor Lorenzo Chiarinelli, scomparso lunedì sera all’età di 85 anni. Molta gente è in piedi, accostata ai Giardini del Vignola, altri seguono dai pressi del palazzo della Prefettura.

Ci sono i vescovi, i sacerdoti, i fedeli, i religiosi ma anche i tanti laici che lo hanno apprezzato e amato, in veste di amico, intellettuale, fine conoscitore della città di Rieti.

«Celebriamo il mistero della morte e della resurrezione di Cristo in comunione con le chiese che lo hanno visto servitore del Vangelo: Sora-Aquino-Pontecorvo, Aversa, Viterbo. Siamo persuasi che solo mettendoci in ascolto della Parola come ha fatto per tutta la sua vita monsignor Lorenzo potremo alimentare la speranza di non morire», prosegue monsignor Pompili.

E sottolinea, nell’omelia, la figura del pastore, «un’immagine che restituisce al vivo il vescovo Lorenzo: a condizione che di essa sappiamo cogliere la genuina risonanza biblica e non i ricorrenti fraintendimenti storici. Lorenzo è stato un “pastore” perché la sua passione è stata la Chiesa, vista ed interpretata come Geremia: Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele. Il “resto” per Lorenzo non era una élite e, tantomeno, un residuo, ma un popolo da riunire».

Don Lorenzo era allegro, entusiasta della vita, sempre incline alla battuta sagace e alla riflessione profonda: «Un atteggiamento propositivo e mai rinunciatario», perchè «in lui non c’era spazio né per la nostalgia né per l’utopia, ma soltanto per il dialogo, che era aiutato da una fisicità simpatica e rassicurante».

Un solido riferimento, una colonna della città e della Chiesa concentrati in una corporatura minuta sormontata dai capelli candidi, folti e irti citati nei celebri versi del poeta dialettale reatino Vincenzino Marchioni: versi che amava, perchè erano divertenti ma mai irriverenti o cinici. Proprio com’era lui.

«Quando già sul finire degli anni Settanta non c’era più neanche un prete per chiacchierar – continua nell’omelia monsignor Pompilidon Lorenzo era un riferimento affidabile per tanti ragazzi. E “chiacchierar” per lui significava farsi carico del trapasso di una società, raccogliendo le domande, senza disperderne le autentiche pulsioni. Questa postura fatta di comprensione e non di giudizio; di vicinanza e non di semplice presenza, è stato il suo stile e il suo contributo alla causa dell’evangelizzazione».

Un pastore vero, dunque. E «un pastore buono. Tutto il contrario del mercenario, cioè del mestierante che non si identifica con quello che fa. La prova della sua integrazione era l’equilibrio che promanava dalla sua persona. Si vedeva che era appagato affettivamente e con-centrato in quello che faceva. Insomma, non era distratto da altro ed emanava un senso di serenità e di pienezza che lasciava intuire qualcosa delle sue persuasioni più profonde. Il pastore, infatti, è buono non di suo, ma quando “sa” di altro».

«In questo senso, il vescovo Lorenzo è stato un uomo di Dio, una sorta di monaco sui generis, alla continua ricerca di Dio».

«Lui, ne sono certo, perché me ne fornì il testo, avrebbe volentieri sottoscritto quanto Karl Rahner scriveva a proposito del pastore: Sarà un uomo capace di ascoltare, un uomo per cui ogni singolo uomo è importante anche se non conta nulla in campo sociale o in campo politico. Sarà un uomo al quale ci si può confidare, che esercita o cerca di esercitare, come meglio può, un mestiere da pazzo, quello di portare non solo i propri pesi, ma anche quelli degli altri. Un uomo che, pur avendo tutte le possibilità, non partecipa alla caccia disperata e nevrotica al denaro, al piacere e a tutti gli altri analgesici contro la tragica delusione dell’esistenza. Dimostrerà invece con la sua vita che la libera rinuncia nell’amore del Crocifisso non solo è possibile ma è anche capace di liberare».

Addio, carissimo vescovo Lorenzo!

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