La Pietà è il simbolo di una città inclusiva

È davvero l’Albero della Vita l’icona di Milano 2015? L’icona di una città che per chi ci vive e per i tanti che in questi mesi ci arrivano, è una città sorprendentemente messa a nuovo? La grande struttura di legno e acciaio posizionata davanti al Padiglione Italia, è stata concepita prendendo spunto dalle straordinarie geometrie che Michelangelo concepì per la pavimentazione del Campidoglio. È una domanda legittima, perché spesso i media mettono in pasto all’opinione pubblica ciò rappresenta o può rappresentare il tratto distintivo di un particolare evento.

E non lo è affatto e non sempre si riesce a cogliere il punto vero, in questo senso l’opera più congeniale come contenuto e significato alla manifestazione stessa. Proprio Michelangelo è l’autore infatti di un manufatto che ha tutti i titoli per diventare la vera icona in grado di raccontare il dna della città di Expo 2015. È la Pietà Rondanini, l’ultima opera del grande maestro fiorentino.

Perché proprio la Pietà, capolavoro che Milano custodisce dal 1952 e che quindi non rappresenta certo una novità? Per capirlo bisogna fare un po’ di storia. La Pietà Rondanini è una delle tre che Michelangelo realizzò, ed è una delle più importanti sculture della storia. Per Milano non è un tesoro come gli altri. Venne infatti acquistata con sottoscrizione pubblica nel 1952, quindi con un gesto dal grande valore civile: Milano non aveva opere di Michelangelo e rimediò a questa mancanza procurandosi il suo ultimo capolavoro. La scultura venne sistemata nei musei del Castello Sforzesco, con allestimento affidato nel 1964 al meglio di quel che la grande scuola di architettura milanese poteva offrire: lo studio BBPR, quello che aveva progettato Torre Velasca. Progettarono una sistemazione elegante, estremamente rispettosa anche della portata religiosa di quell’opera, ma un po’ ghettizzante. Così poco alla volta Milano si è dimenticata della sua Pietà, relegata dietro quella elegante abside di ardesia nella sala degli Scarlioni. E tutte le volte che si accennava a muoverla, si alzavano le proteste di intellettuali e architetti per leso onore di quell’allestimento storico. Insomma la Pietà c’era, ma Milano sostanzialmente non lo sapeva. Per fortuna due anni fa però ci fu chi prese il coraggio a due mani e decise di forzare la situazione.

Fu l’allora assessore alla Cultura Stefano Boeri a rompere gli indugi, ed è stato il direttore del Musei del Castello, Claudio Salsi, ad individuare uno spazio magnifico e strategicamente perfetto: una grande sala cinquecentesca che era stata ospedale dei militari spagnoli, affacciata sul Cortile più importante della struttura sforzesca. Dal 2 maggio il nuovo allestimento è stato aperto al pubblico, raccogliendo un successo e un consenso straordinari. È come se la città avesse riscoperto quest’opera tenuta “nascosta” nell’elegante guscio che le era stato riservato. Ora invece la sua immagine drammatica ma così umana diventa un’immagine in cui ciascuno si riconosce e in cui viene raccontata e rappresentata quella grande parte di città che non “partecipa” alla festa, perché deve fare i conti con la sofferenza fisica o morale. Riconoscersi nella Pietà, in questa figura di madre che si allunga per sostenere il proprio Figlio, è come avere uno sguardo profondo e pieno su quello che oggi è il “corpo” di una città. Nella Milano che si è presentata straordinariamente a lucido all’appuntamento con Expo 2015, l’emergere di questa icona rimette al centro dell’attenzione collettiva quella parte di città che così facilmente viene dimenticata. La Pietà per questo è il simbolo di una città davvero inclusiva.

La Pietà di Michelangelo, nel suo non finito, e in quella drammatica tensione affettiva che unisce il destino del Figlio con quello della Madre, è oltretutto opera modernissima, che supera tutti i modelli iconografici, dando un’interpretazione assolutamente libera e intensamente personale di questo soggetto. Il nuovo allestimento, progettato da Michele De Lucchi, esalta proprio questa natura contemporanea del capolavoro michelangiolesco. Entrando nella sala la si vede da dietro, prospettiva che era preclusa nella vecchia sistemazione.

E da dietro si scorge con una chiarezza che colpisce e commuove, la linea che il vecchissimo Michelangelo ha tracciato nel marmo per rendere l’inarcamento del corpo di Maria che abbraccia e regge il corpo di Gesù. Un inarcamento che è di grande protettività, ma che al tempo stesso sembra proiettare in avanti Maria. Come se l’abbraccio al Figlio non fosse un ripiegamento, ma uno slancio. Per questo la Pietà è la vera icona di Milano 2015, perché simboleggiando la città che soffre, indica una strada per il futuro: quello di una città, bella, moderna, effervescente, ma pienamente umana. Incarna cioè il tentativo di ripresa di una nazione, quindi tutto lo sbilanciamento verso il futuro, ma anche il non nascondimento di una crisi atavica che aggroviglia speranze e prospettive, ma non ferma la voglia di “esporsi”. Appunto, attraverso l’Expo. Con un po’ di vera… pietà. Nel senso etimologico. Pietas, come rispetto per l’altro (pensiamo a quanti espositori ospiti esteri) e per i valori più forti ed incisivi. Un’angolatura diversa per vivere anche da lontano la grande kermesse milanese.

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