La parrocchia Sant’Antonio, a Ventimiglia, è la “casa” dei migranti

Dal 31 maggio al 15 luglio la piccola chiesa ha accolto circa 6mila migranti arrivati al confine d’Italia con la speranza di poter raggiungere la Francia e da qui il nord Europa. Un impegno di accoglienza che la parrocchia ha portato avanti anche grazie all’aiuto di alcune associazioni musulmane francesi

Sandro Foretti per tutti nel quartiere è il cuoco dei migranti e la piccola cucina della parrocchia di Sant’Antonio a Ventimiglia il suo regno. E non potrebbe essere altrimenti per chi, fino a poche settimane fa, doveva dar da mangiare, ogni giorno, a quasi mille persone. “Tutto con quella”, dice sorridendo mentre con lo sguardo indica una cucina a quattro fuochi più simile ad un’utenza domestica che non ad una grande cucina da campo. Secondo i dati della Caritas diocesana di Ventimiglia-Sanremo, dal 31 maggio al 15 luglio, sono passate dalla chiesa di Sant’Antonio, alla periferia della città, circa 6mila persone (il 20% minori non accompagnati).

La maggior parte dei migranti provengono da Sudan (65%) ed Eritrea (8%) ma anche da Somalia, Etiopia, Nigeria, Ciad, Camerun, Marocco, Afghanistan e Siria.

“Qua attorno era tutto pieno: nel campo sportivo, sui banchi della chiesa, sul sagrato, le persone stavano dappertutto”, racconta il parroco don Rito Alvarez. “La fatica è stata tanta – confida il sacerdote – ma è stata altrettanto bella la risposta da parte della gente, l’unità e la solidarietà che abbiamo respirato. Ci sono state anche delle associazioni di musulmani francesi che nei giorni più difficili sono venuti a darci il loro sostegno portando cibo e generi di prima necessità”. Realtà come le associazioni di ispirazione musulmana, ”Au coeur de l’espoir” e “Un geste pour tous”, e le comunità islamiche di Ventimiglia e Sanremo.

“Ventimiglia non è nuova a questo tipo di fenomeno – spiega il direttore della Caritas diocesana, Maurizio Marmo -, ma la situazione è andata progressivamente peggiorando a seguito della decisione della Prefettura di concedere l’accesso al centro di accoglienza, allestito alla stazione (poi chiuso ndr), solo a quanti fossero disposti a richiedere l’asilo politico in Italia; praticamente nessuno. Le persone hanno iniziato così ad accamparsi lungo il corso del fiume Roja e sotto i cavalcavia. Una situazione che si è aggravata man mano che la Francia ha iniziato ad aumentare i controlli alla frontiera dopo gli attentati”. E’ così che, di fronte ad una situazione umanitaria insostenibile, su indicazione del vescovo mons. Antonio Suetta, e di intesa con l’amministrazione comunale, si è deciso di aprire le porte di S. Antonio.

Attualmente, secondo la Caritas, sono circa cinquecento i migranti in transito presenti in città: agli ottanta ancora ospitati nella parrocchia, per lo più donne e minori, si sommano i circa 130 accolti nel nuovo campo della Croce Rossa e altri 250 che vivono nell’area. “Il nuovo centro – spiega Marmo – ha aperto il 16 luglio in località Parco Roja e rappresenta una novità rispetto ai campi precedenti perché permette ai migranti di rimanere nella struttura per circa sette gironi: un tempo in cui, oltre al cibo e all’assistenza medica, vengono fornite indicazioni circa lo status legale e la possibilità di ricorrere ai ricongiungimenti familiari o al piano di ricollocamenti nel territorio europeo”.

L’obiettivo delle istituzioni è quello di raddoppiare la capienza del campo nei prossimi mesi, con la possibilità di arrivare, nel medio periodo, fino a 500 posti: un numero che dovrebbe essere sufficiente ad assorbire eventuali nuove emergenze.

Accanto a questa nuova struttura, come fossero le due facce di una stessa medaglia, sorge quello che viene chiamato in gergo il “campo b”. Altro non è che una ex stalla costruita all’interno dello scalo merci per gli animali in transito. Sul piazzale alcuni giovani giocano a pallone, ma è solo avvicinandoci che ci rendiamo conto delle proporzioni di quello che abbiamo davanti: almeno un centinaio di ragazzi riposano su delle coperte. Sono quasi tutti sudanesi in fuga dalle violenze in Darfur. Vivono così senza acqua corrente, recuperando i pasti nel vicino campo e aspettando il momento giusto per passare il confine saltando su un treno merci o prendendo uno dei tanti sentieri che si perdono tra le montagne. Perché, ci confida un mediatore, “nonostante l’aumento dei controlli sono troppe le strade da cui si può raggiungere la Francia. E una volta superata Nizza è difficile essere presi”.

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