Chiesa di Rieti

Il vescovo per Ognissanti: «È la speranza quella che il cristiano annuncia»

Fiducia, impegno, perseveranza: le tre facce della speranza che il vescovo Domenico ha voluto richiamare nell’omelia della Messa celebrata al cimitero urbano il pomeriggio del primo novembre

Non è certo facile parlare di speranza di questi tempi. Eppure è la speranza quella che il cristiano annuncia, soprattutto nei giorni di inizio novembre in cui la liturgia proietta lo sguardo sulle realtà che stanno “oltre”.

Fiducia, impegno, perseveranza: le tre facce della speranza che il vescovo Domenico ha voluto richiamare nell’omelia della Messa celebrata al cimitero urbano il pomeriggio di Ognissanti. Un primo novembre poco affollato, quello di questo anno particolare. Le sedie posizionate – col debito distanziamento – nel piazzale del Camposanto Monumentale reatino sono occupate solo per due terzi. Non manca il sindaco Cicchetti in fascia tricolore e il gonfalone del Municipio. Ma la giornata di sole regalata da un inizio novembre luminoso raccoglie i reatini più altrove che alle tombe dei loro cari, magari anche per aver accolto l’invito delle autorità ad evitare assembramenti.

Comunque all’altare collocato sotto il porticato all’ingresso della cappella monsignor Pompili non manca di rilanciarlo forte quell’invito a vivere con speranza perché destinati a una beata eternità, guardando a tutti coloro che partecipano della festa del cielo. Quella “generazione che cerca Dio” di cui canta il salmo della liturgia e che secondo la descrizione simbolica dell’Apocalisse costituisce “una moltitudine immensa”. Si tratta, dice don Domenico, di «coloro che hanno perseverato nella speranza senza perdere la fiducia quando attorno a loro c’era solo sfiducia», quelli «che sono stati capaci di stringere i denti senza demordere, quelli che sanno nutrire persino attese nonostante attorno ci sia soltanto crisi».

E questo, secondo il vescovo, «riguarda anche ciascuno di noi. Anche noi siamo chiamati a far parte di questa generazione che attraversa i secoli e si nutre della fede». In questi giorni drammatici una cosa ancora più necessaria. Il Vangelo delle Beatitudini monsignore invita allora a rileggerlo proprio in questo senso: con quelle tre parole che costituiscono le forme della speranza, e di cui c’è oggi particolarmente bisogno.

Innanzitutto «c’è bisogno di fiducia. E questa è la prima parola che le Beatitudini vogliono infondere». Fiducia di cui Gesù «si fa interprete con la sua vita», annunciando «che Dio è in mezzo a noi e perciò anche il male, la sofferenza, il fallimento, che noi non riusciamo a incasellare, possono essere situazioni che, grazie a lui, possono paradossalmente essere un’occasione di autoperfezionamento». E i momenti difficili che si stanno vivendo adesso «possono diventare un’occasione per diventare migliori se siamo capaci di coltivare la fiducia, che ci aiuta a far tesoro anche dei fallimenti della nostra vita». Fiducia che però, avverte Pompili, non è ingenuità: la questione «non è sapere se mangeremo insieme il panettone quest’anno a Natale, ma saper andare oltre con lo sguardo e coltivare la speranza che attraverseremo questo inverno, che è preludio della primavera».

Del resto Gesù nel dire “beati”, sottolinea il presule, «non fa un augurio, fa una affermazione, una constatazione, come a dire che è possibile vivere, a dispetto della povertà, della mancanza, dell’ingiustizia, persino della cattiveria». E allora oltre a fiducia c’è bisogno dell’impegno. La situazione che stiamo vivendo negli ultimi mesi ci ha fatto compiere anche «tanti errori», e «questo non è il momento di scaricare addosso a qualcuno le responsabilità: non bisogna abbondarsi alla polemica, alla retorica del disastro, alla goduria della lagnanza. Bisogna essere concentrati» in un impegno che «io vedo soprattutto nei genitori che la mattina accompagnano i bambini a scuola, genitori concentrati in cose non secondarie».

Infine la perseveranza: «tutti ci siamo già stancati», e allora serve «la perseveranza, cioè la capacità di essere attenti». E quello che Gesù chiede proclamando beati i miti. Mitezza, spiega Pompili, «che non significa dabbenaggine, ma capacità di saper resistere con forza, senza alimentare la violenza ma con grande consapevolezza».

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