Ottobre francescano

Il vescovo: «guardare a San Francesco vuol dire impegnarsi a fare la propria parte»

Ha attinto dalle parole autentiche di Francesco, il vescovo Domenico, rivolgendosi ai fedeli nel corso della liturgia per la festa del patrono d’Italia. Da tre lettere in particolare: quella a tutti i cristiani, quella al clero e quella ai reggitori del popoli. Documenti scelti per ascoltare direttamente il poverello e non la vulgata, dai quali si ricava l’attualità del pensiero del santo, la sua capacità di rivolgersi a tutti sempre riconducendo il discorso al vangelo, ma con concretezza di un uomo dotato di sano realismo. Una lezione chiusa da un quarto e ultimo pensiero di Francesco, quello pronunciato in punto di morte.

Ha attinto dalle parole autentiche di Francesco, il vescovo Domenico, rivolgendosi ai fedeli nel corso della liturgia per la festa del patrono d’Italia. Da tre lettere in particolare: quella a tutti i cristiani, quella al clero e quella ai reggitori del popoli. Documenti scelti per ascoltare direttamente il poverello e non la vulgata, dai quali si ricava l’attualità del pensiero del santo, la sua capacità di rivolgersi a tutti sempre riconducendo il discorso al vangelo, ma con concretezza di un uomo dotato di sano realismo.

«A tutti i cristiani – ha ricordato don Domenico – Francesco rivolge un doppio invito: “Amiamo Dio e adoriamolo con purità di cuore e di mente”. E lascia intendere che il cuore del cristianesimo è l’incarnazione. Di qui l’invito al distacco dalle cose materiali: “Gli uomini perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo”».

La società a cui si rivolge il santo è quella che inizia ad affacciarsi sulla modernità, che sente la spinta ad affrancarsi dal feudalesimo, che vede il fenomeno della prima vera urbanizzazione e il decollo commerciale dell’Europa. «Ma Francesco non si muove come un agitatore sociale, ma come uno che propone a tutti la sua libertà» dalle cose. «Una delle ragioni anche oggi dell’abbandono della fede – ha rilevato il vescovo – è, infatti, quello che Giovanni Verga ha definito “la maledizione della roba”».

Darsi tutto questa è la strada esigente del sacerdozio

Rivolgendosi al clero, pur dimostrando di saperli «poverelli e peccatori», Francesco dimostra rispetto e attrazione, in virtù della relazione quasi fisica con il santissimo Corpo di Cristo. «E non basta per lui il decoro delle cose sacre, ma cogliere nell’Eucaristia non una cosa, ma la forma stessa della santità che consiste nell’auto-donazione». Ed è questa è la santità che chiede ai preti: «Guardate l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi, tenete per voi; affinché vi accolga tutti colui che a voi si dà tutto».

Il potere è passeggero

Quanto ai «reggitori dei popoli», Francesco «non fa riferimento al servizio che deve caratterizzare il loro impegno, ma li mette semplicemente di fronte a Dio: “Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora con rispetto, per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e sollecitudini del mondo”. Pensando alla parabola di tanti potenti, oggi in alto e domani in basso, si coglie un sano realismo che impedisce di lasciarsi drogare dal potere che passa».

L’ultima parola di Francesco

Mons Pompili ha chiuso il ragionamento rifacendosi all’ultima parola di Francesco: «ricondotta all’essenziale è questa: “Io ho fatto la mia parte; Cristo vi insegni a fare la vostra”. Questo e non altro è l’impegno che ci assumiamo: fare la nostra parte, come Francesco ha fatto la sua».

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