La famiglia e la visione individualistica del “fai da te”

Le cose hanno smesso da tempo di stare al loro posto. Al posto che loro ha assegnato non una legge o un credo, ma al posto che loro ha assegnato la vita, l’umana convivenza, il senso comune, plasmato da millenni di tentativi e sì, anche di tragici errori, della famiglia. Perché stiamo parlando di quel nucleo vitale che è stato messo a tema in queste settimane dal Sinodo dei Vescovi in Vaticano. Si tratta solo della prima tappa, perché ne seguirà un’altra nel 2015, dopo un anno di lavoro a livello locale. I mass media aspettano avidamente sentenze risolutive sui nodi cruciali dell’umanità, alimentando lotte iconoclaste tra progressisti e conservatori. Ma dietro alle molte richieste ci sono solo esigenze profondamente umane che esistono da sempre: il bisogno affettivo, il desiderio di maternità, la ricerca della propria identità.

È a quel livello che bisogna rispondere, non sciogliere i dubbi amletici sulle unioni omosessuali, sulle convivenze o sull’Eucarestia ai divorziati (che non vanno però elusi), ma ciò richiede un lavoro educativo da fare per aiutare le persone a cogliere la natura profonda delle istanze che avvertono e a capire che le ricette evocate sono inadeguate per rispondere a ciò che sta alla radice di quelle esigenze. Anche la Samaritana aveva cercato di rispondere alla sua sete di felicità, cambiando marito per sei volte, ma la sete era rimasta, tanto è vero che quando ha incontrato Gesù al pozzo ha chiesto di avere “quell’acqua”, bevendo la quale non avrebbe avuto più sete.

C’è una visione individualistica del “fai da te” che prende sempre più corpo anche sul terreno della procreazione umana e dell’amore coniugale offrendo spunti inquietanti, come la pretesa di chiunque per avere un figlio. Il single, uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. E senza accorgersene si è passati dall’idea del figlio come dono, alla prole programmata come diritto. Diritto ad avere delle persone. E la famiglia ed il matrimonio, in questa concezione, si trovano relegati nella pura affettività privata, indifferente agli effetti sulla vita sociale. Una monade, un’enclave isolata, una realtà senza legami.

Ma prima ancora che un rapporto tra uomo e donna, in capo a questa crisi antropologica, c’è il modo in cui ogni persona risponde alla domanda su di sé. Chi sono? Quando c’è confusione dell’io, anche i rapporti diventano problematici. Invece in un legame amoroso autentico l’altro è vissuto come un bene talmente grande da essere percepito come qualcosa di divino. Lo diceva Leopardi, inneggiato in questi giorni con l’uscita del film di Martone, quando scriveva “raggio divino al mio pensiero apparve, donna, la tua beltà”. La donna desta nell’uomo un desiderio di pienezza, ma nello stesso tempo si trova nell’impossibilità di compierlo, suscita un’attesa a cui non si riesce a dar riposta. Rimanda a qualcosa di più grande per cui ognuno è fatto. Pavese lo ha colto in maniera geniale: “Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità”. L’altro non può compiere la promessa che ha acceso e questo genera insoddisfazione e delusione. Siamo fatti per qualcosa di più grande dell’altro. E ideali come indissolubilità del matrimonio e amore per sempre sembrano appartenere ad un’altra epoca e non certo sperimentabili. Per questo al di fuori della storia cristiana, questi temi che di per sé sono desiderabili per due che si amano, di fatto vengono percepiti come non possibili.

La società individualista, concependo sempre e solo l’individuo, non riesce a vedere la famiglia, né sa realmente rappresentarne l’universo impalpabile e segreto che la caratterizza. Al posto di questi c’è la relazione di coppia: cioè la serie di scelte volontarie e di emozioni condivise che attraversano e caratterizzano la vita di due persone, persone che sono e restano due individualità. La famiglia – quando e se ha luogo – non appare che il semplice risultato delle scelte dei singoli, non li trascende mai. La famiglia infatti, proprio come luogo in cui si fa esperienza di un tale superamento, non è una semplice “coppia”, ma la sovrasta e la trascende. Per una coppia con volontà generativa – quindi, proprio per questo, una famiglia – i figli non sono un caso, ma l’esito di una volontà reale di costruire e di edificare, una volontà che la trascende, la fa evolvere verso una dimensione più ampia, dove il bene dei propri figli diventa l’obiettivo principale, la ragione prima di ogni scelta.

È sbalorditivo come una simile tensione fondativa, un simile desiderio di edificare, generando vita ed amando la vita che si è generato, non sia affatto realmente transitato nella cultura odierna. Il parlare della famiglia come “fondazione”, come “edificazione” di un mondo di relazioni primarie, sembra risuonare a vuoto ed è percepito come una pura deriva retorica. È manifesta la disproporzione crescente tra l’ampiezza del compito generativo e la sua costante riduzione, il suo annichilimento a pura volizione personale. Come se nulla di essenziale, nulla di trascendente fosse veramente in gioco. Come se una tale trascendenza semplicemente non esistesse. La caduta libera di un’esperienza di famiglia che appunto non c’è. Ma che desideriamo ritrovare.

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