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Equivoci amici: Lucio Battisti, la città e la nostalgia

Lo scorso 9 settembre ricorreva l’anniversario dalla scomparsa di Lucio Battisti. Come sempre il musicista è stato celebrato dai media richiamandone le canzoni più popolari. Ma forse il cantautore di Poggio Bustone aveva da offrire molto più di quello che è rappresenta la sua figura nell’immaginario comune

Lo scorso 9 settembre abbiamo contato 21 anni dalla morte di Lucio Battisti. Una ricorrenza che i giornali locali e nazionali, insieme a tanta televisione, non hanno mancato di sottolineare. Molti gli articoli pubblicati e le trasmissioni a tema. Nei pezzi si indaga opportunamente il rapporto del cantante con la natia Poggio Bustone o si cerca di cavare qualcosa di nuovo dal suo impenetrabile privato. Sempre si riporta l’elenco dei suoi brani più amati. Tanti omaggi sinceri, ma tutti all’insegna della nostalgia.

Un sentimento che il Battisti musicista non sembrava tenere di gran conto. È un peccato, allora, che in queste operazioni celebrative, il Battisti più importante, più interessante e innovativo sia costantemente tralasciato o sottaciuto. Dalle canzoni che tutti canticchiano, quelle scritte con Mogol, Lucio aveva da tempo preso le distanze. Battisti si era stancato dell’immaginario musicale e poetico della canzone italiana, sempre uguale a se stessa.

All’apice della popolarità, fece la scelta di sposare il nuovo, di esplorare territori inediti, di indagare i confini della forma canzone. E del tutto incurante dello spaesamento del pubblico e dello stupore della critica regalò loro cinque dischi letteralmente inauditi. Ne pubblicò uno ogni due anni, dal 1986 al 1994. Sono “Don Giovanni”, “L’apparenza”, “La sposa occidentale”, “Cosa succederà alla ragazza” e “Hegel”. La svolta fu radicale: i testi di Pasquale Panella risultano incomprensibili ai più; la musica sembra aver perso ogni immediatezza. I suoni sono quelli elettronici dei sintetizzatori e delle drum machine. La voce dice cose apparentemente sconnesse, impenetrabili.

Ma è vero il contrario: le liriche sono ricchissime di significati sovrapposti, di richiami colti e popolari, di giochi di parole divertenti e raffinati. E anche la musica è ricca di temi deliziosi e memorabili. Le melodie di Battisti non sono mai state troppo accorate, né banali. Ma al tempo di Mogol erano senz’altro immediate e cristalline. Nei dischi bianchi l’autore chiede qualcosa in più: di non volersi soffermare soltanto su pochi ascolti. Chiede di essere ascoltato sul serio, chiede concentrazione in cambio di un piacere che sarebbe impossibile suscitare con i brani orecchiabili e i giri di accordi tipici della più incallita canzone italiana. Il fascino dei dischi bianchi sta proprio in esplorazioni musicali e poetiche sfuggenti, nelle quali riecheggia costantemente anche qualcosa di conosciuto, di assaporato, ma che non si lascia mai cogliere del tutto.

E poi, forse, nel Battisti-Panella c’è un intento filosofico. Non a caso l’ultimo dei “dischi bianchi” rimanda al tedesco Hegel. I testi esplorano l’umano giocando sulla superficie delle emozioni, ma per tenere socchiusa una porta sulla metafisica, per aprire uno spiraglio sull’insondabilità dell’animo umano. Oppure, a rovescio, le parole dell’immaginario filosofico divengono pretesto per trattare tutt’altri temi, talvolta anche semplici. Il tutto mentre la scelta dei suoni freddi e del ritmo infallibile della batteria elettronica sembrano un modo per portare le storie d’amore, i rapporti di coppia e i sentimenti all’interno dell’età della tecnica, mostrando che nulla viene perduto, che nonostante l’apparente alienazione, ciò che si va compiendo nella storia è sempre l’umano. Un discorso profondo, ma fatto con la leggerezza delle goliardie linguistiche che completano il marchio di fabbrica della scrittura di Pasquale Panella.

Questo tentativo riuscito di non cedere alla nostalgia, per vivere in modo appropriato e consapevole il presente cercando anche di indovinare il futuro, insieme a un inesauribile piacere all’ascolto, è quanto possiamo ricavare dai dischi più maturi di Battisti. Il cantautore ha tolto la canzone pop dai suoi appigli storici, l’ha sottratta alle sue convenzioni consolidate, per dire che non solo la storia va avanti, ma che siamo chiamati a interpretarla, portando con noi le risorse che abbiamo per ricavare e sostenere il nuovo.

Una lezione utile in generale, ma che sembra particolarmente urgente per i suoi conterranei, che troppo spesso fanno della nostalgia un’ancora e della ripetizione del già fatto un metodo. Due cose facili, che però conducono inesorabili al fallimento, nonostante l’apparente successo nel breve periodo.

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