Don Valerio: crisi locali e problemi globali

In vista della ricorrenza del Primo Maggio, l’Ufficio diocesano Problemi Sociali e Lavoro ha organizzato una veglia di preghiera sul tema “Nella speranza, la dignità del pane”. Sarà un modo per stringere le fila delle realtà in crisi sul territorio, ma senza escludere dallo sguardo altri drammi del nostro tempo.

Una veglia per tenere lo sguardo vigile sul mondo del lavoro. È la proposta dell’Ufficio Diocesano per i Problemi Sociali e del Lavoro della Diocesi di Rieti in vista del Primo Maggio.
«La preghiera sarà un modo per essere vicini – spiega don Valerio Shango, direttore dell’ufficio – per tenere uniti nella Chiesa i disoccupati, i precari, gli imprenditori in crisi». L’appuntamento – programmato per giovedì 30 aprile dalle ore 21 alle 22,30 presso la cappella della Caserma della Scuola Interforze per la Difesa N.B.C. (ingresso dal lato della Basilica S. Domenico, Piazza B. Colomba) – sarà condotto seguendo la proposta dalla Cei per la Festa dei Lavoratori, meditando sul tema “Nella speranza, la dignità del pane”.

«L’argomento – prosegue don Valerio – s’intreccia al cammino del prossimo Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia (4 – 25 ottobre) e ai discorsi del 5° Convegno Ecclesiale Nazionale che si terrà a Firenze dal 9 al 13 novembre. Senza lavoro, infatti, non c’è famiglia e non c’è dignità umana. Ma sono ancora molti nel nostro Paese i fratelli e le sorelle, specie giovani, che mancano della dignità del lavoro. In tante famiglie le reti sono e restano vuote».

A Rieti la situazione è drammatica.
È innegabile. Siamo testimoni dell’abbandono del nostro territorio. Ci sono alcuni segnali incoraggianti, ma a livello di sistema non si intravede nessuna ripresa: le fabbriche continuano a chiudere e le piccole e medie imprese ad annaspare. Gli studi periodici diffusi dall’Ascom, dalla Federlazio e dai vari sindacati confermano questa triste realtà. Sembriamo costretti a vivere questo declino smarriti, senza vedere una concreta prospettiva di ripresa a medio termine, anche a causa di una certa debolezza della politica. Il caso di Risorse Sabine da questo punto di vista è emblematico. Ma lo stesso discorso si potrebbe fare per le tante vertenze industriali aperte ormai da anni.

Sembriamo assistere ad una crisi senza uscita…
C’è la crisi, è vero, ma non è solo una disfunzione economica. È anche – e forse di più – una crisi di valori, causata anche dall’egoismo: l’evolversi dell’idolatria del denaro, ha detto con autenticità Papa Francesco, ci sta facendo affogare nella rovina e nella perdizione. Per venirne davvero fuori dovremmo cambiare presupposti e punti di vista. Per questo durante la veglia del 30 aprile vogliamo pregare anche per i disperati morti nel cuore del Mediterraneo. Il loro dramma non è poi così lontano dal nostro. Soffrono in modi diversi la voracità dei potenti del mondo, dei pochi che divorano le ricchezze di interi Stati costringendo alla guerra e all’esodo milioni di persone.

L’onda emotiva provocata dai naufragi nel Canale di Sicilia sta producendo reazioni disparate, talvolta discutibili, senza tuttavia riuscire ad offrire una concreta alternativa al rischio della morte per gli sfortunati costretti alla traversata.
Quest’ennesima strage dei “profughi”, dei “migranti” ci lascia tutti con l’amarezza nel cuore e rende evidente l’incapacità dell’Unione Europea, nonostante la missione Trython, nel risolvere “seriamente” il problema dei barconi e dei loro carichi. Del resto anche il Trattato di Dublino dovrebbe essere rivisitato. I rifugiati dovrebbero potersi stabilire con maggiore libertà nei Paesi in cui sentono di avere una possibilità, e non essere confinati nel primo che li accoglie. Ma troppi discorsi e promesse vuote si sono sentiti sin dal 3 ottobre 2013, quando 366 migranti morirono annegati a Lampedusa. Tutti applaudono Papa Francesco quando ci ricorda che questi defunti nel canale di Sicilia sono uomini e donne come noi, ma costretti a fuggire dalle guerre e dalle dittature, dalla fame e dalla violenza. Ma nei fatti chi scampa ai pericoli del mare, troppe volte si è ritrovato ad ingrassare organizzazioni senza scrupolo, il cui unico obiettivo è quello di ridurre le esistenze dei rifugiati ad una occasione per fare affari e ruberie, senza offrire loro una vera integrazione. Non è un mistero per nessuno che queste cose sono accadute anche a Rieti.

Ciò nonostante verso i rifugiati continua ad esistere un sentimento di diffidenza, di rifiuto, di odio.
L’abbiamo già scritto qualche mese fa su «Frontiera»: quanti disprezzano i profughi dimenticano che sono il sottoprodotto dell’estrazione delle materie prime. L’appropriazione di uranio, rame, oro, diamanti, cobalto, mercurio e coltan condiziona il destino dei Paesi, li condanna alle guerre, alle violenze sulle donne, sulle famiglie, sui giovani. Ma il benessere dell’Occidente sarebbe impensabile senza le materie prime dell’Africa. Ed infatti queste vengono raccolte con una venerazione che sfiora quasi l’idolatria. Multinazionali e governi sfruttano spudoratamente queste ricchezze del sottosuolo africano, spesso lasciandosi dietro una scia di disastri sociali e ambientali. Ma questo non interessa all’ideologia dominante. È riuscita a convincerci che è giusta la libera circolazione delle merci, ma non quella delle persone. Ci impedisce di avvertire la profonda contraddizione in cui siamo immersi quando respingiamo le persone che arrivano nelle nostre coste.

C’è anche chi reclama l’intervento armato.
Può sembrare una scelta sensata, una soluzione dettata dalla “Realpolitik”. Ma l’Africa non ha bisogno delle armi: ha bisogno di pace. Da queste colonne abbiamo già proposto che la Comunità Internazionale si schieri innanzitutto con la vita. Che si impegni a contrastare con forza i governi dittatoriali sparsi in Africa e in Medio Oriente agendo sui loro complici europei, asiatici, americani. Si potrebbe ottenere già tanto limitando in modo stringente il commercio delle armi.

Un risultato del genere sarebbe possibile solo con un accordo internazionale. Al momento sembra una prospettiva piuttosto irrealistica…
Eppure non molti anni fa abbiamo assistito a trattati per la non proliferazione delle armi atomiche. Vuol dire che anche i risultati apparentemente più irrealistici possono essere raggiunti. Il problema è che pure ai massimi livelli la politica sembra aver rinunciato al proprio ruolo. Sembra quasi aver perso la capacità di immaginare e realizzare soluzioni, lasciando che a governare il mondo siano gli interessi dei più forti poteri economici.

Vuoi dire che anche su grande scala non si possono servire due patroni? Che il futuro dei popoli sarà determinato da quanto la comunità internazionale saprà scegliere tra la giustizia e il profitto?
Credo che in un certo senso sia così. Non sarebbe opportuno sottoporre al giudizio della Corte internazionale di giustizia de L’Aia i governanti corrotti del continente africano e le banche che collaborano con loro alla rapina delle risorse naturali dell’Africa? Quanti forzieri, riempiti saccheggiando il continente nero, rimangono nascosti nei paradisi fiscali? Quelle risorse appartengono ai popoli africani. Se la comunità internazionale fosse davvero interessata alla pace, le dovrebbe restituire all’Africa, permettendo finalmente al continente di perseguire uno sviluppo autentico. Una via africana per la democrazia non è un sogno impossibile. Schiacciati come siano sulle nostre urgenze locali riflettiamo raramente su queste cose, ma un nuovo equilibrio internazionale, basato sulla reciprocità e la giustizia, sembra un presupposto necessario se si vuole mettere un freno alle delocalizzazioni industriali. Lo spirito della nostra veglia per il Primo Maggio è un po’ in questo invito a pensare ai problemi del lavoro anche nel contesto globale, senza per questo rinunciare alle battaglie da combattere qui ed ora.

One thought on “Don Valerio: crisi locali e problemi globali”

  1. Maria Laura petrongari

    Sono d’accordo con quanto evidenziato nell’articolo dal Sacerdote Don Shango .Credo che alla base delle tragedie che si consumano alle frontiere del nostro territorio nazionale assalito da migranti disperati in fuga dagli orrori dei loro paesi ci siano comportamenti contrari al bene comune.Ed anche alla base della mancanza di lavoro in Italia ed a Rieti,la nostra città, credo ci sia l’ egoismo, da parte di troppi praticato da troppo tempo, nonchè l’accaparramento di risorse, di potere e di incarichi di vario tipo (molti super remunerati) nelle mani delle solite persone o famiglie.Il pane e le opportunità non sono evidentemente un diritto alla portata di tutti per l’ingordigia di alcuni.E lo spirito di fratellanza manca.Comunque non è sufficientemente sviluppato. All’origine del male c’è sempre l’egoismo, l’avidità, l’indifferenza, la cattiveria:e’ prima di tutto un fatto etico e morale.Questo è il mio pensiero.
    Cordialità.
    maria Laura Petrongari

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