Cronosisma: avanti piano

È da un po’ che non si sente parlare del “cronoprogramma” della ricostruzione, forse perché la tabella di marcia che avrebbe dovuto risollevare Accumoli e Amatrice ha incontrato qualche inciampo. Ma non si può neppure dire con sincerità che tutto è immobile, che la situazione non è affatto cambiata rispetto a un anno fa. Se è vero che i risultati non sono del tutto soddisfacenti, che si può fare di più e meglio, è anche vero che le cose fatte non vanno minimizzate e dimenticate. Per mantenere un senso di realtà e giustizia, e per non cedere allo scoramento e al malumore

Le menti migliori della nostra generazione stanno tutte su Facebook. O almeno così sembra a leggere i post e i commenti che affollano il social network. Basti pensare all’inesauribile fiume di parole che scorre attorno all’argomento dei migranti o, per restare più vicini ai guai di casa nostra, all’altrettanto copioso discorso sui temi del terremoto e della ricostruzione.

«Vergogna, dopo un anno non è cambiato nulla» è tra i commenti che vanno per la maggiore. Compare puntualmente a contorno di notizie sulle cose che si fanno. E di solito è accompagnato da chi esclama: «Alla buon’ora!». Il tono è quello di chi è sicuro del fatto suo, e sarebbe curioso vedere cosa farebbero queste persone se avessero in mano le leve del comando e i cordoni della borsa. Non sono pochi, infatti, quelli che domandano: «Che fine hanno fatto i soldi delle donazioni?».

Ovviamente è vero che non tutto fila liscio come dovrebbe, ma alla fine si dicono sempre le solite banalità, si fanno sempre le stesse allusioni. E, di questo passo, la polemica resta uno sfogo fine a se stesso, che ammazza ogni possibile accenno di dialogo. Nulla di strano, allora, se viene voglia di “disconnettersi”, di mettersi a distanza di sicurezza da questo girare a vuoto, alla ricerca di un qualche riparo dalla rabbia e dal rancore.
Io, ad esempio, cerco protezione in libreria. E come talvolta capita, mentre mi aggiravo tra i soliti autori e le solite collane, m’è cascato l’occhio su un volume tascabile dalla sgargiante copertina rossa. Il titolo mi è sembrato irresistibile, e infatti gli ho ceduto. Del resto è cosa nota: sono i libri a scegliersi i lettori, non il contrario.

Almeno questo mi è accaduto con Cronosisma, ultimo romanzo del compianto Kurt Vonnegut, che da scrittore di fantascienza racconta un “terremoto” di scala cosmica. A implodere, infatti, non sono le case, ma l’intero creato. Afflitto da una crisi di autostima, l’universo decide di non espandersi più. Imbarazzato da se stesso, si contrae portando le lancette dell’orologio indietro di dieci anni. Sembra una grande occasione, la tabula rasa che l’umanità ha sempre aspettato per imparare dal passato e non commettere gli stessi errori. Ma le cose vanno diversamente: per dieci anni la storia si ripete identica a se stessa, la gente vive «con il pilota automatico» un colossale deja-vu, facendo e pensando esattamente le stesse cose di prima. E quando il decennio passa per la seconda volta, l’umanità assuefatta a non esercitare più il libero arbitrio vive una crisi ancora più profonda, imbrigliata com’è in schemi e preconcetti e capace, di fronte alla ritrovata libertà, di reagire soltanto con il panico.

A vent’anni dalla sua pubblicazione, Cronosisma pare raccontare qualcosa anche del terremoto di casa nostra. Anche qui c’è una tabula rasa che a fianco della tragedia mette a disposizione la possibilità di ricominciare da capo. Ma per fare davvero qualche passo avanti ci vorrebbe l’atteggiamento di Vonnegut. Di fronte al disastro dei suoi personaggi, lo scrittore non si mette mai a pontificare. Sa di non essere all’altezza. Anch’egli fa parte di una specie che in millenni di storia non è riuscita a sollevarsi dal fango più di tanto.

Ha scoperto che a fare le cose per bene l’umanità proprio non ci arriva. Gli uomini sembrano calzare male il mondo a causa di un difetto di progettazione. Qualcuno potrebbe parlare di peccato originale. Ma il punto è che non bisogna rassegnarsi alla frequenza con cui riusciamo stupidi, sbagliati, crudeli. Vonnegut insegna anche a riconoscere l’eccezione, ad assaporare la gioia che provoca ogni episodio in cui riusciamo a essere buoni, giusti e intelligenti, a gustare le volte in cui si riesce a incarnare il bello e il vero.

E in fondo non succede così di rado: l’emergenza del terremoto di ieri e la faticosa fase della ricostruzione di oggi sono attraversate da tanti episodi di solidarietà disinteressata, di bontà gratuità, di buona volontà. Qualche storia l’abbiamo raccontata anche noi, attraverso il lavoro della Caritas, la tenacia dei sacerdoti e dei religiosi impegnati sul territorio, la presenza dei volontari giunti per Accumoli e Amatrice da tutta Italia. Sono un quotidiano invito a fare più che recriminare, a impegnarsi invece di lamentare la generale inadeguatezza.

I tanti che continuano a raggiungere i luoghi del disastro sono una muta esortazione a sopravvivere all’impasse, un fraterno esempio del fare il meglio che si può. E, data la situazione, il fatto che continuamente ci riescano è la notizia sulla quale insistere. Perché è stupefacente e dà più speranza di tante chiacchiere.

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