Condividere è ancora una virtù. Il Consultorio come luogo della condivisione

Ogni sofferenza è unica e ogni sofferenza è comune. Bisogna che la seconda verità mi sia ripetuta quando soffro e la prima quando vedo gli altri soffrire”.
(Henri Marie De Lubac – Teologo francese)

Soffrire è un’esperienza che ogni persona vorrebbe evitare. Ma è inevitabile e irriducibile. Filosofi, poeti, teologi, religiosi, artisti, ricercatori …. non c’è categoria appartenente all’ingegno umano che non abbia affrontato l’argomento secondo la propria sensibilità e interesse, perché è una dimensione che provoca l’intelligenza e sollecita un intenso vissuto emotivo, essa è intrinseca all’esistenza dell’uomo e di grande parte del regno animale.

La sofferenza non appartiene alla sfera strettamente individuale, ma invade anche e necessariamente la dimensione pubblica e sociale, imponendo modi e tempi, culturalmente definitivi, per affrontarla, condividerla, superarla. In tanti si sono domandati quale è il senso della sofferenza nella vita dell’uomo. C’è chi ne ha fatto l’aspetto fondamentale, affermando che vivere è soffrire, delineando così una prospettiva pessimista dell’esistenza, una sorta di gabbia dalla quale non potersi liberare e alla quale occorre solo rassegnarsi.

Altri ne hanno parlato come una preoccupazione infondata, indicando la sofferenza, nella maggior parte dei casi, come un momento transitorio della vita, sottolineando che la cosa migliore è concentrarsi sul piacere possibile da cogliere con immediatezza. Soffrire aiuta a crescere: un’altra lettura, certamente importante e significativa, fondata sull’esperienza personale ma anche provata da teorie, ricerche e analisi dettagliate e ripetutamente validate. Indubbio quindi il prendere in seria considerazione “il dolore” come uno degli aspetti caratterizzanti la vita di tutti, ma questa consapevolezza, quale interrogativo pone ad una realtà come un Consultorio?

La prima consapevolezza riguarda il fatto che il soffrire non implica un vissuto solo personale, ma ha una ricaduta ed un effetto anche in termini comunitari. Se quindi il prendersi cura dell’altro è l’idea di fondo, la stella polare a cui guardare per programmare e metter in atto interventi caratterizzanti l’azione del Consultorio, la cosiddetta “relazione d’aiuto” non esaurisce la sua portata nella ristretta sfera individuale ma, “curando” l’altro, ci si prende cura indirettamente anche del suo gruppo di appartenenza, della comunità di riferimento, della società nel suo insieme.

La sofferenza pertanto non può e non deve essere interpretata privilegiando la dimensione personale o quella sociale, il dolore del prossimo è il dolore di tutti, il dolore di tutti è il dolore di ciascuno. Sono queste “le radici” sulle quali è nato e continua a svilupparsi il Consultorio Familiare Sabino, alle quali guarda come fonte di ispirazione che, spesso, per alcuni aspetti, rende sovrapponibile il suo operato con quello di altre strutture che hanno a cuore il bene del cittadino e della società.

L’elemento che però qualifica il Consultorio riguarda la dimensione della condivisione, perché condividere è ancora una virtù. Non si tratta di esprimere un senso della morale superficiale o appagante per le proprie mancanze o inadeguatezze, né di una dimensione nella quale manifestare la propria realizzazione professionale, che indubbiamente implica un certo grado di riconosciuta e apprezzata condivisione, ma di prendere sul serio il Vangelo senza riserve o giustificazioni, facendo della condivisione l’elemento centrale della vita personale e sociale. È il messaggio della Chiesa che si attualizza mediante una delle sue tante strutture operative, con le quali ribadisce il suo indiscusso servizio al povero e al sofferente.

Questa è la cornice di riferimento nella quale calare l’approccio all’altro, alla sofferenza come alla gioia, alle angosce, alle speranze, ai momenti di stanchezza come a quelli caratterizzati dall’entusiasmo, un approccio che il Consultorio riconosce e a cui si ispira. In questo modo si esce dalle ristrette prospettive dell’egoismo e del narcisismo, ci si apre alla libertà, implicita nell’esperienza della donazione, in cui la sofferenza è vissuta con meno drammaticità.

La sofferenza non è più nascosta, non è più “vergogna”, ma vissuta con dignità, senza esaltazione o vittimismo, espressa come segno di coraggio e maturità umana, di speranza e redenzione, come testimonianza d’amore, come il luogo in cui abita la grazia di Dio. Siamo troppo abituati ad un mondo che nasconde ciò che non si vuol vedere, che non è perfetto, come se fosse una questione d’onore o fonte di emarginazione, di debolezza o ancora di più di vergogna, vivere la propria condizione di sofferenza.

Non così il Vangelo. Condividere è il “vaccino” contro la sofferenza, chi infatti si fa prossimo, si occupa dell’altro ed esce dalla propria visuale egocentrica, affronta il dolore in modo diverso, è più forte, cede meno all’isteria e al panico di fronte anche alla morte. Non c’è bisogno di scomodare, per quanto importante, gli studi di Erikson sulle età della vita, per avere conferma di quanto sopra, basta infatti vedere e cogliere il modo in cui credenti convinti affrontano il dolore e la sofferenza, per capire che è parte della nostra esistenza e di un’intera comunità.

Un modo per viverla e superarla, proprio ed unico del cristianesimo riguarda il “Condividere”, un’esperienza che rende l’uomo forte di fronte alle situazioni “limite”, lo aiuta ad affrontare il dolore, non con rassegnazione, ma con dignità, sapendo così integrare nella propria esistenza un evento che ne fa parte, dandogli il posto che gli spetta e vivendolo con senso della responsabilità verso se stessi, gli altri e la propria fede.

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