Religiosi

Conclusa la fase diocesana della Causa di beatificazione del «frate-soldato» Gianfranco Maria Chiti

Si è celebrata il 30 marzo nel Duomo di Orvieto la solenne cerimonia di chiusura della fase diocesana della Causa di beatificazione del «frate-soldato» Gianfranco Maria Chiti, ordinato a Rieti da mons Amadio e per diversi anni di casa nel convento dei Cappuccini di Colle San Mauro

Molti, a Rieti, ricordano le sue omelie appassionate, il suo parlare con grande impeto e al tempo stesso con un’affabilità tutta francescana di quel Dio che lo aveva “fulminato” in età ormai più che adulta: padre Gianfranco Maria Chiti (1921-2004), che nei primi anni Ottanta era di casa a Rieti, al convento di Colle San Mauro, al saio dei Cappuccini era approdato dopo aver lasciato la divisa militare che lo aveva accompagnato sin da giovane. E nella Cattedrale reatina di Santa Maria venne ordinato sacerdote dal vescovo di allora, monsignor Francesco Amadio.

A Orvieto – dove aveva proseguito la sua missione dopo gli anni trascorsi a Rieti – le persone a lui legate avevano richiesto che si indagasse sulla sua figura, essendo morto in concetto di santità: l’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione di padre Chiti, aperta dal vescovo di Orvieto-Todi il 13 aprile 2015, si è conclusa sabato scorso con una solenne celebrazione presieduta dallo stesso Tuzia nel Duomo di Orvieto.

Gianfranco Chiti era nato nel 1921 da una famiglia benestante di Gignese, oggi in provincia di Verbania, trascorrendo l’infanzia in Inghilterra (suo padre era primo violino della filarmonica di Londra), poi a Pesaro. A 15 anni si iscrisse alla scuola militare di Milano, attratto da quel mondo e segnato da una fede ardente. Dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale, fu in Slovenia e Croazia, dove fu decorato con la croce di guerra al valor militare. Nell’aprile 1942 partì volontario per la Russia, col 32° battaglione controcarro Granatieri di Sardegna, avendo sotto il proprio comando oltre 200 uomini. Riportò ferite da schegge sulla schiena, che lo avrebbero tormentato per tutta la vita. Grande il suo coraggio e la sua dedizione al prossimo, che mise in atto anche nel porre in salvo partigiani ed ebrei, fra i quali Giulio Segre e suo padre. Con lo sbando che le truppe italiane provarono nel 1943, scelse di far parte della Repubblica Sociale Italiana, solo per fedeltà alla propria bandiera, nonostante, a riprova della sua buonafede, non esitasse a rischiare la vita per salvare, appunto, ebrei e partigiani.

Divenuto in seguito generale, con incarichi di primo piano ricoperti nelle scuole militari e in alti comandi, compreso lo Stato Maggiore a Roma, era sempre stato accompagnato da una profonda fede, che ormai vicino ai sessant’anni lo portò a lasciare tutto per seguire la vocazione religiosa. Nel 1978 il suo congedo dall’Esercito, lasciando il comando militare di Viterbo: nessuno sapeva dove fosse. Era venuto a Rieti, dove si trovava il noviziato dei Cappuccini. E a Colle San Mauro, lui cinquantasettenne fra le giovani leve dell’ordine, aveva indossato il saio da novizio. Presi i voti religiosi, venne destinato al convento reatino, e dopo l’ordinazione presbiterale divenne per alcuni anni maestro dei novizi.

Fu un reatino, ufficiale della “Verdirosi” che bazzicava alquanto gli ambienti ecclesiali, Domenico Palozzi (oggi all’opera nell’Ufficio missionario diocesano), a riconoscerlo con il saio francescano: il severo e integerrimo generale era divenuto un umile frate. A Rieti, racconta Palozzi, venivano in quegli anni tanti pezzi grossi dell’Esercito a trovarlo. E anche alla Scuola Nbc, lui che non rinnegava il suo passato di militare pur avendo trovato la nuova strada nello spirito, andava volentieri a dare una mano nel preparare momenti religiosi coi soldati di leva.

Padre Gianfranco divenne una figura molto amata e ricercata in città. Parrocchie e movimenti ecclesiali lo chiamavano spesso per catechesi, predicazioni e confessioni, e tanti salivano a Colle San Mauro per godere della sua guida spirituale.

In seguito, il trasferimento a Orvieto, dove si prodigò nel ridare vita a un convento ormai in abbandono, con la chiesa dedicata a San Crispino da Viterbo che grazie a lui venne restaurata e riconsacrata. Morì a 83 anni e la salma, tumulata a Pesaro nella cappella di famiglia, fu vestita con gli abiti militari sotto il saio cappuccino.

La “popolarità” che si era meritata fra i reatini continuò ad accompagnarlo nella città umbra, dove tanti custodiscono la memoria di una figura che ora è per la Chiesa servo di Dio. Chiusa la fase diocesana della causa, la parola passa ora alla Congregazione per le cause dei santi per l’esame della documentazione raccolta.

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